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Una riflessione sulla guerra

Guerra.

Una parola semplice ad alto contenuto distruttivo. Parlare di guerra per chi non l’ha mai vissuta credo che sia quasi un atto di arroganza e di presunzione. Non mi riferisco certo a chi riporta gli eventi e nemmeno agli appelli per la pace. L’informazione deve esistere e chi sostiene la pace o crea canali di comunicazione e di solidarietà non può che avere il mio rispetto. Ciononostante, il fastidio che mi procura la lettura degli schieramenti del pro e del contro è tale da indurmi a una riflessione. Banale per certi versi e inutile ai fini stessi della guerra. Ma esiste la libertà di parola e se tutti oggi sono legittimati a dire la loro su qualsiasi cosa, guerra compresa, anche io posso esprimere il mio pensiero come massima espressione di libertà. Condiviso o meno ha poca importanza.

Un breve inciso. La maggior parte di quelli che parlano di guerra, la guerra l’hanno vista nei film in televisione. Spari, boati delle bombe e case che crollano con gli effetti sorround dei più moderni impianti Home Theatre hanno permesso di vivere – proprio come dicono le migliori campagne marketing per questi prodotti – una esperienza immersiva.

Proiettili che sibilano dalle casse fino alle orecchie mentre davanti ai nostri occhi cadono morte persone che incontrano la linea di un cecchino, una bomba o sepolti sotto una casa. In tutto questo realismo esiste sempre il buono e il cattivo, ovviamente, una morale e talvolta anche un eroe. Esistono poi le esperienze di lettura della guerra o quelle dei racconti di chi la guerra l’ha fatta. Oddio, meno immersivi rispetto a un film che cura nei dettagli le riprese video e l’audio oltre ad una trama che sia il più avvincente possibile. Nei racconti o nella lettura, invece, possiamo cercare di immaginare tramite le parole e la loro capacità di trasporto gli eventi. La sensibilità farà il resto.

Ma noi la guerra non l’abbiamo fatta e nemmeno l’abbiamo vissuta.

Siamo talmente lontani dal poterne capire il potere distruttivo da non riuscire ad averne nemmeno consapevolezza. Un popolo spettatore che urlante decide di esprimere dal divano o da una tastiera un’opinione. L’inviato di guerra digitale.

Ora, senza nessuna presunzione o volontà di giudizio ma solo per portare voce a una mia riflessione, penso a questo: ognuno, prima di esporsi con le parole sulla guerra, dovrebbe immaginare di raccontarla a due bambini. Il primo dei due è un bambino come tanti che vive in una famiglia normalissima assorbito dalla quotidianità della nostra società moderna e “civile”. Il secondo è un bambino che la guerra l’ha vissuta, un sopravvissuto.

Parlando loro della guerra, noi che non l’abbiamo mai fatta, riporteremo con tutta probabilità ciò che abbiamo appreso dalla storia letta. Il primo bambino vi ascolterà cercando di capire ciò che gli state dicendo ma, probabilmente, senza riuscire ad averne ancora capacità di immaginazione. Forse, penserà di poter essere l’eroe che imbraccia il fucile per poter mettere giustizia in un mondo sbagliato. Vedrà le immagini del suo videogioco in cui, grazie alle sue riserve di vita, alla fine completerà vittorioso la missione.

Il secondo, invece, vedrà le immagini di distruzione, sentirà gli spari e i boati delle bombe. Rivivrà le immagini dei genitori, degli amici, delle persone che a terra sapevano di morte, di sangue. Ne sentirà le narici riempirsi fino a provarne un senso di nausea. I suoi pensieri saranno travolti da una serie di domande a cui nessuno potrà mai dare risposta. Sentirà la paura. Piangerà, forse. Magari non avrà neanche voglia di farlo perché lo ha già fatto troppo o, forse, non le farà mai più vedere quelle lacrime. Scorreranno sempre dentro di lui insieme a tutte quelle emozioni che un bambino non dovrebbe conoscere. Non diventerà un uomo. No, lo è già diventato e nemmeno lo sa.

Noi non abbiamo fatto mai la guerra.

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