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Il sottile confine tra gioventù e vecchiaia

Chi mi conosce lo sa bene: non ho mai brillato quanto a costanza nel fare le cose o nel rispettare i buoni propositi, tranne in sporadici casi.

L’ultima volta che ho scritto sul mio blog era il lontano marzo 2020, in piena pandemia. Il clima di allora aveva ispirato un post assai serio e molto lontano dal filo conduttore che mi aveva spinto ad aprire la mia pagina.

Ma quelle parole, un bel giorno di aprile dello stesso anno, mi avevano fatto guadagnare l’intera pag. 13 de “L’Eco di Bergamo”, il “New York Times” orobico, nientepopodimeno.

Pagina tre-di-ci, signore e signori! Chi sono io per non auto proclamarmi la nuova Oriana Fallaci?! Chi sono io per non tirarmela come una fionda per questo strepitoso successo? Chi sono io per non inserire nel mio curriculum questa preziosa perla?! Ecco, appunto, chi sono io?

Mah, qui siamo ancora in alto mare per capirlo con esattezza.

Dicevamo… Da allora sono passati quasi due anni e mezzo, un milione di euro spesi in mascherine e tamponi, bagni purificanti in piscine di gel igienizzante (che nemmeno gli indù nel fiume Gange), una mezza dozzina di quarantene delle tenere creature, la foresta amazzonica sterminata a furia di stampare autocertificazioni per ogni genere di attività, tre dosi di vaccino, il covid come originale regalo di Natale 2021, le orecchie esauste di sentire teorie complottiste strampalate e chi più ne ha più ne metta.Ah, ho pure cambiato lavoro! Una bella novità degna di nota e di cui parlerò in un’altra circostanza.Ma ora sono qui per cercare di metabolizzare la fine della mia gioventù, anche se stento a crederlo. Perché io ero giovane fino ad agosto dell’anno scorso.

A decretare questo temuto passaggio all’età adulta sono stati due piccoli, apparentemente insignificanti oggetti che mi hanno messo al tappeto: le lenti progressive. Passi per la leggera miopia, ma la presbiopia quella no: non la accetto! Vaghe reminiscenze degli studi classici mi ricordano che il termine presbite in greco significa “vecchio”.

Così, vecchia: senza pietà.

Presbite era la mia novantenne prozia Maria, con i suoi occhiali e l’annessa catenina di metallo il cui peso superava quello della zia Maria stessa…

Ok, ok: io ho ereditato la costituzione “robusta” dall’altro ramo della famiglia!

Presbite era la mia infaticabile professoressa di francese del liceo che inforcava gli occhiali solo per leggere l’ultimo numero di “Grazia” durante le verifiche scritte in classe. Di secondo nome faceva Stakanov, narra la leggenda.

Io non andavo a genio a lei e lei non andava a genio a me, motivo per cui, nonostante la lettura avvincente del rotocalco, sollevava lo sguardo e si toglieva gli occhiali solo ed unicamente per dirmi di non copiare dalla mia vicina di banco (ciao Chiari!). Per la cronaca, la prof. Stakanov non è mai riuscita a rimandarmi in francese. Tiè.

Professoressa bonjour. Merci per avoir moi fatto comprendre che, dans la vita, è plus important etre simpatique alla copain che passava le solutions durant les verifiques plutot che ad una ancienne lectrice di “Grazia”.

Presbite era la signora Emma che, con i suoi lunghi capelli grigi raccolti in uno chignon, il vestito a righe azzurre e il dolce sorriso, osservava con i suoi occhiali una bellissima e simpaticissima bimba che passava davanti casa sua a Zoagli, sempre allegra e sorridente.

Beh… Prima che una parte del parentado mi sbugiardi pubblicamente, ammetto a denti stretti che erano le mie amate cugine quelle sorridenti; io ero quella di cui si ricordano tutti per i capricci. Ma questa è un’altra storia.

Presbite è la mitica “Signora in giallo”, Jessica Fletcher. Quella che io adoravo e adoro tuttora, anche se porta una sfiga terribile: ovunque arriva lei, ci scappa il morto. Roba da fare gli scongiuri ogni volta che la si incontra, anche solo facendo zapping.

Presbite, e non solo, era Giulio Andreotti; in questo caso, la presbiopia era l’ultimo dei difetti, effettivamente.

Presbite era il rag. Filini. Talmente poco avvenente da non avere nemmeno una Pina al suo fianco, ma almeno faceva ridere.

Presbite credo fosse anche Sandra Mondaini; altrimenti non si spiegano i suoi occhiali, le cui dimensioni ricordavano quelle di un oblò di una nave da crociera. 

Bradley Cooper no, lui indubbiamente non è presbite. Charlize Teron nemmeno, pur essendo mia coetanea. Maledette ingiustizie della vita. O forse portano le lenti a contatto?

E ora, ora sono presbite anche io. Sono diventata una quattr’occhi a tutti gli effetti: ho ceduto agli occhiali quando mi sono accorta che, per leggere in modo nitido i messaggi nella chat Whatsapp delle mamme, non bastandomi allungare il braccio, dovevo affidare il cellulare ad una delle tenere creature ed indietreggiare di almeno cinque metri. Scena che, se non fosse per l’ambientazione casalinga e non da Far West, avrebbe potuto evocare il duello di “Per qualche dollaro in più”. Senza vittime, ci terrei a specificare.

Ma torniamo a noi: la lettura dei temuti messaggi delle mamme, dicevo.

La mamma A, particolarmente attiva nel gruppo, inizia a scrivere, scrivere, scrivere un messaggio dietro l’altro.

Scrive alla mamma B che il bambino C ha studiato la pag. 43 del libro arancione scuro grande mentre pare che la nonna del bambino F, in confidenza, abbia riferito alla mamma P che la maestra D aveva fatto scrivere sul diario che dovevano studiare la pag. 34 del libro arancione chiaro piccolo. Riferisce che la mamma E, fuori dalla scuola, ha detto che suo figlio non scrive mai sul diario i compiti perché sa che la maestra F li aggiunge su Classroom ma la maestra G li riporta solo sul registro elettronico… Un monologo di 175 messaggi incomprensibili ed un’ora dopo, interviene timidamente la signora U per dire alla mamma A che ha scritto nel gruppo Pilates del giovedì sera (di cui facciamo “fortunatamente” parte entrambe) e non in quello della classe 5A. Per fortuna adeso la scuola è finita.

Giù il sipario e, con esso, le mie diottrie.

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