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Fausto RasoOffline

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  • Parole composte: quale plurale?

    Molte persone si trovano in difficoltà quando debbono formare il plurale di alcune parole cosí dette composte. Pensiamo, quindi, di fare cosa gradita (e utile) dando il plurale corretto di buona parte di queste parole:SINGOLARE  PLURALEacquaforte acquefortiacquamarina acquemarineacquaplano acquaplaniacquasantiera acquasantiereacquavite acquavitiacquedotto acquedottiaeronauta aeronautiagrodo... Altro...

    Molte persone si trovano in difficoltà quando debbono formare il plurale di alcune parole cosí dette composte. Pensiamo, quindi, di fare cosa gradita (e utile) dando il plurale corretto di buona parte di queste parole:

    SINGOLARE  PLURALE

    acquaforte acqueforti

    acquamarina acquemarine

    acquaplano acquaplani

    acquasantiera acquasantiere

    acquavite acquaviti

    acquedotto acquedotti

    aeronauta aeronauti

    agrodolce agrodolci

    altopiano altipiani, altopiani

    andirivieni andirivieni

    arcobaleno arcobaleni

    asciugamano asciugamani

    attaccapanni attaccapanni

    baciamano baciamani

    banconota banconote

    bancoposta bancoposta

    bassofondo bassifondi

    bassorilievo bassorilievi

    battibaleno battibaleni

    battibecco battibecchi

    batticarne batticarne

    batticuore batticuori

    battilardo battilardo

    battimano battimani

    battipanni battipanni

    battiporta battiporta

    battistrada battistrada

    bellimbusto bellimbusti

    belvedere belvederi (come aggettivo, invariato)

    beneplacito beneplaciti

    biancospino biancospini

    boccaporto boccaporti

    boccascena boccascene

    buonalana buonelane

    camposanto campisanti

    capobanda capibanda

    capobarca capibarca

    capocaccia capicaccia

    capocellula capicellula

    capocenturia capicenturia

    capoclasse capiclasse

    capocomico capocomici

    capocuoco capocuochi, capicuochi

    capodivisione capidivisione

    capofabbrica capifabbrica

    capofabbricato capifabbricato

    capofamiglia capifamiglia

    capofila capifila

    capogiro capogiri

    capoguardia capiguardia

    capolavoro capolavori

    capoletto capiletto, capoletti

    capolinea capilinea

    capolista capilista

    capoluogo capoluoghi, capiluoghi

    capomanipolo capimanipolo

    capomastro capomastri

    capopopolo capipopolo

    capoposto capiposto

    caporeparto capireparto

    caporione caporioni

    caposaldo caposaldi, capisaldi

    caposcuola capiscuola

    caposezione capisezione

    caposquadra capisquadra

    capostazione capistazione

    capostipite capostipiti

    capotasto capotasti, capitasti

    capotavola capitavola

    capotreno capitreno

    capoverso capoversi

    cartacarbone cartecarbone

    cartapecora cartapecore

    cartapesta cartepeste

    cartastraccia cartestracce

    cascamorto cascamorti

    cassaforte casseforti

    cassamadia cassamadie

    cassapanca cassapanche

    cavolfiore cavolfiori

    corrimano corrimani

    crocevia crocevia, crocivia

    cruciverba cruciverba

    dopopranzo dopopranzo

    doposcuola doposcuola

    dormiveglia dormiveglia

    falsariga falsarighe

    ferragosto ferragosti

    ferrovia ferrovie

    filovia filovie

    fruttivendolo fruttivendoli

    fuggifuggi fuggifuggi

    fuoribordo fuoribordo

    gambacorta gambacorta

    girarrosto girarrosti

    girasole girasoli

    giravolta giravolte

    granturco granturchi

    grigioverde grigioverdi

    grillotalpa grillitalpa

    lungofiume lungofiumi

    lungolago lungolaghi

    lungomare lungomari

    madreperla madreperle

    manoscritto manoscritti

    manrovescio manrovesci

    mezzaluna mezzelune

    mezzanotte mezzenotti

    mezzatinta mezzetinte

    mezzogiorno mezzogiorni

    palafitta palafitte

    palcoscenico palcoscenici

    pappagallo pappagalli

    parapiglia parapiglia

    pescecane pescecani

    pescespada pescispada

    pescivendolo pescivendoli

    pianoforte pianoforti

    piedipiatti piedipiatti

    pomodoro pomodori

    porcospino porcospini

    purosangue purosangue (raro purosangui)

    retroterra retroterra

    roccaforte roccheforti

    rompicapo rompicapi

    rompighiaccio rompighiacci (come aggettivo, invariato)

    saliscendi saliscendi

    saltimbanco saltimbanchi

    saltimbocca saltimbocca

    senzatetto senzatetto

    sordomuto sordomuti

    sottaceto sottaceti

    sottopassaggio sottopassaggi

    terracotta terrecotte

    terraferma terreferme

    terremoto terremoti

    verderame verderame

    ---------

    Nota: I nomi composti con "capo" e un sostantivo femminile restano invariati: la caporeparto/le caporeparto; la caposala/le caposala; la caposquadra/le caposquadra.

    Fausto Raso

  • Concreto e astratto

    A scuola ci hanno insegnato che la differenza tra il concreto e l’astratto sta nel fatto che nel primo caso si dice di ciò che può essere verificato con i sensi, quindi è percettibile, vero; nel secondo caso, invece, di ciò che pur esistendo non può essere percepibile in quanto è semplicemente una nozione comune come, per esempio, la virtù e la benevolenza.A questo proposito è interessan... Altro...

    A scuola ci hanno insegnato che la differenza tra il concreto e l’astratto sta nel fatto che nel primo caso si dice di ciò che può essere verificato con i sensi, quindi è percettibile, vero; nel secondo caso, invece, di ciò che pur esistendo non può essere percepibile in quanto è semplicemente una nozione comune come, per esempio, la virtù e la benevolenza.A questo proposito è interessante vedere – ripercorrendo l’evoluzione della lingua – come alcuni vocaboli che in origine indicavano solamente nozioni materiali oggi siano atti a esprimere i concetti più astratti.Esaminiamo il verbo pensare: questo non è altro che il verbo latino che voleva dire pesare; da una cosa concreta è passato a indicarne una astratta: non diciamo, del resto, pesare il pro e il contro di una determinata faccenda?E che cosa significa comprendere se non accogliere in noi un pensiero? Scrutando il verbo capire (dal latino capere, prendere, contenere, accogliere) si vede bene il passaggio dal significato concreto a quello astratto: accogliere nella nostra mente un concetto, quindi... capirlo. In origine questo verbo indicava solamente una cosa concreta, tant’è vero che ancora oggi si parla di capienza di un locale; poi, anche in latino, ha acquisito l’accezione di intendere.L’ambivalenza concreto-astratto si nota meglio in un altro termine, figlio di capire: capace. Diciamo, infatti, che un recipiente è molto capace e che un ragazzo è capace di risolvere il problema; nel primo caso abbiamo capace nel significato concreto di contenere, nel secondo in quello astratto di avere attitudini.Il verbo riflettere palesa ancor più facilmente la sua antica origine: non significa altro che... riflettere, vale a dire ripiegarsi su sé stesso. Chi riflette, dunque, ripiega la mente su sé stesso, vale a dire rivolge l’attenzione sui fatti interni della vita psichica o alla attività e ai contenuti del pensiero.Il passaggio dal valore concreto a quello astratto si riscontra, con maggiore evidenza, nelle espressioni concentrarsi nei propri pensieri, raccogliersi in meditazioni. Insomma vogliamo dire, con queste modeste noterelle, o meglio, desideriamo mettere bene in evidenza il fatto che nel parlare o nello scrivere usiamo alcuni termini che i nostri antenati latini adoperavano con accezioni diverse da quelle odierne e solo un’attenta analisi ci rimanda al significato originario.Una prova? Molte fra le parole più astratte di quelle che esprimono concetti matematici, a un attento esame, rivelano i loro significati originari che erano, per l’appunto, concreti. Vediamo. Il punto, quando è nato, non era altro che il segno lasciato da una... puntura (di insetti, per esempio); la linea, presa come simbolo della figura geometrica, è il femminile dell’aggettivo derivato da lino che è, propriamente, un filo di lino. Per non parlare dell’arco o della corda del cerchio che ci riportano a immagini materiali, quindi concrete.Pensiamo anche alle numerose unità di misura – usate prima della rivoluzione francese - cioè al pollice, al braccio, al piede, al cubito e via dicendo: ciascuna di queste misure si riferiva alla lunghezza delle parti del nostro corpo che fin dalla notte dei tempi erano state adoperate come unità.Vogliamo dire, insomma, che in lingua il confine tra astratto e concreto è quanto mai labile. Si pensi, a questo proposito, all’aggettivo amaro: un caffè amaro e un ricordo amaro; o al verbo inghiottire: si può inghiottire un cibo come si può inghiottire una calunnia. E a proposito di questo verbo, che presenta una doppia coniugazione (inghiotto o inghiottisco), è bene adoperare la forma non incoativa (cioè senza l’inserimento dell’infisso “isc” tra il tema e la desinenza) quando è in senso metaforico: non hai paura che il buio ti inghiotta?Insomma, per concludere questa chiacchierata, cortesi amici, la lingua italiana – come tutte le lingue moderne – tende a una sempre maggiore astrazione, e lo fa nascondendo quei tratti salienti che le lingue antiche ancora ci mostrano e che erano stati coniati con evidente riferimento agli oggetti del mondo circostante.

  • Assolto sí, ma con… "il" condizionale

    Ci siamo precipitati all’aeroporto intercontinentale di Fiumicino non appena si è diffusa la notizia del rientro a Roma del professor Se, reduce da Firenze (“capitale” della lingua) dove ha partecipato a un simposio di linguistica – incredibile ma vero – nelle vesti di “imputato”. Adempiute le formalità di rito, arriviamo subito al “dunque”.- Allora, professore, come mai questo... Altro...

    Ci siamo precipitati all’aeroporto intercontinentale di Fiumicino non appena si è diffusa la notizia del rientro a Roma del professor Se, reduce da Firenze (“capitale” della lingua) dove ha partecipato a un simposio di linguistica – incredibile ma vero – nelle vesti di “imputato”. Adempiute le formalità di rito, arriviamo subito al “dunque”.

    - Allora, professore, come mai questo convegno straordinario dove lei è stato accusato di assolvere troppe funzioni in campo linguistico?

    - Il nostro mondo è popolato di gente invidiosa dei successi altrui, di conseguenza, appena possono, cercano di troncarti le gambe; con me, però, non ci sono riusciti. Le funzioni che svolgo nel campo della lingua sono troppo importanti perché altri possano appropriarsene.

    - Le spiacerebbe essere piú chiaro?

    - Farò del mio meglio. Io posso essere sia congiunzione condizionale sia pronome di terza persona, tanto singolare quanto plurale. Naturalmente le mie “mansioni” mutano secondo i casi. Come pronome posso essere riferito solo al soggetto della proposizione: il padre vuole con sé i figli; diremo, invece, che il padre ha preteso che i figli andassero con lui. Come può vedere dagli esempi che le ho fatto, alcuni colleghi – approfittando del fatto che posso essere riferito solo al soggetto – vorrebbero prendere il mio posto sempre cosí, sostengono, si eviterebbe lo sforzo di “analizzarmi”. Ma hanno fatto male i conti! Ci sono delle norme ferree che regolano la nostra lingua, fortunatamente, e io non darò quartiere a  nessuno. Le leggi vanno sempre rispettate; oltre tutto è un mio diritto.

    - Abbiamo notato che i suoi colleghi, si fa per dire, Stesso e Medesimo, cercano sempre di “sminuirla” togliendole l’accento... Ci capita sovente di leggere sui giornali se stesso, se medesimo anziché sé stesso, sé medesimo...

    - È una vecchia questione sulla quale non voglio piú tornare. Quando indosso le vesti di pronome voglio sempre l’accento, non ci sono argomentazioni logiche per sostenere il contrario. E come le ho detto, per me l’argomento è chiuso.

    - Ci parli della sua funzione di congiunzione.

    - Questo è un tema scottante, è stato il perno del mio “processo” al convegno.

    - Ossia?

    - Prima di rispondere mi preme fare alcune considerazioni – per onestà – su altri colleghi che hanno la mia stessa funzione di congiunzione condizionale: forse alcuni non lo sanno, ma anche Perché, Ove, Qualora e Quando possono essere adoperati come congiunzione indicante una condizione. Si può dire, indifferentemente: se uno si comporta onestamente non ha nulla da temere; quando uno si comporta onestamente... La congiunzione piú adoperata, però, sono io, Se. Ecco, quindi, uno dei motivi di invidia nei miei riguardi. Posso essere scritta con l’apostrofo solo davanti ai pronomi personali: s’egli mi amasse. In ogni altro caso preferisco non subire l’elisione: se anche; se una. A proposito, ricordate che se mi usate con alcuni avverbi, con i quali spesso mi accompagno, esigo il raddoppiamento della consonante: semmai; sennonché; seppure. E veniamo, ora, alla risposta alla sua domanda. Sono stato accusato di indurre in errore alcuni studenti “poco brillanti”. Quando introduco un periodo ipotetico il verbo che mi segue deve essere di modo indicativo se anche il verbo della proposizione principale è all’indicativo: se pensi ciò, sei in errore. Se, invece, il verbo della proposizione principale, chiamata apodosi, è al condizionale il verbo che mi segue deve essere di modo congiuntivo: se pensassi ciò, saresti in errore. Alcuni sono convinti – “complice” la scuola, forse – che chiamandomi congiunzione debba introdurre, per “assonanza”, solamente il congiuntivo. No, non è cosí, ci sono due casi in cui vado d’amore e d’accordo con il condizionale. Quando introduco una proposizione concessiva: anche se “potrei” aiutarti non voglio farlo.

    - E l’altro?

    - Quando sono “a capo” di una proposizione interrogativa indiretta.

    - Può farci un esempio...

    - Dal “processo” che ho appena subito sono uscito vincitore; non so, però, se “avrei” la forza morale per affrontarne un altro.

    - È proprio il caso di dirlo, quindi, è stato assolto con... il condizionale.

    (Dal libro "Un tesoro di lingua")

  • Quel "nobile" blu

    Se siete di nobile casato, e nelle vostre vene scorre il cosiddetto sangue blu, non confondetevi con il popolo cadendo nell’errore comune – quando scrivete – di accentare il blu: non occorre, basta il vostro nome per indicare il nobile lignaggio. Bando agli scherzi, l’aggettivo blu, come tutti i monosillabi, non necessita di accento.Prima di addentrarci nei meandri linguistici dei monosill... Altro...
    Se siete di nobile casato, e nelle vostre vene scorre il cosiddetto sangue blu, non confondetevi con il popolo cadendo nell’errore comune – quando scrivete – di accentare il blu: non occorre, basta il vostro nome per indicare il nobile lignaggio. Bando agli scherzi, l’aggettivo blu, come tutti i monosillabi, non necessita di accento.Prima di addentrarci nei meandri linguistici dei monosillabi e nel caso specifico di blu, crediamo sia interessante soffermarci sull’origine della locuzione avere il sangue blu. Tutti conoscono il significato scoperto dell’espressione; pochi, forse, conoscono quello coperto, vale a dire la sua origine.Questo modo di dire, dunque, è giunto a noi dalla Spagna del periodo medievale. I nobili spagnoli dell’epoca, in particolare quelli della Catalogna, si vantavano di non essersi mai uniti in matrimonio con gli invasori Mori o con gli Ebrei, per questo motivo le loro vene esteriori apparivano più blu di quelle della popolazione di sangue misto che aveva la carnagione più scura. Con il trascorrere del tempo l’espressione è stata adoperata e si adopera tuttora per indicare l’altezzosità sdegnosa di coloro che si comportano come certi antichi aristocratici.E veniamo al monosillabo blu. C’è da dire, innanzi tutto, che questo aggettivo – per restare in tema – non è di nobili origini patrie, bensì francesi: bleu. L’uso erroneo dell’accento, quindi, potrebbe esser nato dal fatto che tutte le parole di origini francesi devono essere pronunciate con l’accento sull’ultima sillaba.Non è, però, il caso di blu che, oltre ad essere entrato a pieno titolo nel vocabolario della lingua italiana è, per giunta, un monosillabo e una legge grammaticale vieta l’uso dell’accento scritto sui monosillabi, tranne in casi particolari che esporremo per sommi capi cercando di non cadere nella pedanteria.Segneremo l’accento su alcuni monosillabi che hanno la medesima scrittura ma significato diverso: (verbo) e da (preposizione); (avverbio) e la (articolo); (pronome) e se (congiunzione); (sostantivo, giorno) e di (preposizione).Segneremo, altresì, l’accento sui monosillabi con dittongo ascendente: ciò, già, più, può eccetera. A questo proposito è bene ricordare che si chiama ascendente il dittongo in cui la vocale debole precede quella forte in quanto la sonorità della pronuncia aumenta (ascende) passando sulla seconda vocale: piove. Nel caso contrario avremo un dittongo discendente: reuma.Tornando al nostro blu, dunque, non lo accenteremo salvo che nelle parole composte: gialloblù, rossoblù, biancoblù e via dicendo.
  • Quando "attaccano un bottone"…

    Santo cielo!, la signora Marianna — esclamò all’improvviso Giuseppe — cambiamo strada, figliolo, se ci vede ci attacca un bottone che non finisce mai.— Ma papà, la signora Marianna è la nostra sarta; poi i tuoi bottoni sono in ordine, non ne manca nessuno, sono tutti attaccati; di cosa ti preoccupi?— È un modo di ... Altro...

    Santo cielo!, la signora Marianna — esclamò all’improvviso Giuseppe — cambiamo strada, figliolo, se ci vede ci attacca un bottone che non finisce mai.— Ma papà, la signora Marianna è la nostra sarta; poi i tuoi bottoni sono in ordine, non ne manca nessuno, sono tutti attaccati; di cosa ti preoccupi?— È un modo di dire, bambino mio; voglio dire che se la signora Marianna ci vede, ci ferma e comincia a parlare, a parlare; noi andiamo in fretta e non abbiamo tempo a sufficienza per prestarle ascolto.— Allora i bottoni non c’entrano… perché hai detto ci attacca un bottone quando avresti potuto dire benissimo che avrebbe cominciato a parlare? Che linguaggio usi? arabo? cispadano?— Nessuno dei due, figliolo: attaccare bottone è un modo di dire proprio della nostra lingua; è una frase così detta idiomatica; tutte le lingue, se non sbaglio, hanno le loro frasi idiomatiche.— Idio… che?— Idiomatiche. L’idioma è un linguaggio proprio di un popolo; deriva dal greco ιδίωμα (idìoma) che significa particolarità, peculiarità, come indica l’aggettivo greco ίδιος (ìdios), appunto.— E attaccare bottone?— Per spiegare l’origine di questo idiomatismo occorre tornare indietro nel tempo e occuparsi un po’ di storia della medicina, ma forse sarebbe meglio dire della chirurgia. Quando l’arte medico-chirurgica non era avanzata come oggi, i sanitari per cauterizzare le ferite adoperavano uno strumento di ferro la cui estremità terminava con una sorta di pallottola simile a un bottone cui si dava fuoco. Va da sé che il paziente al quale veniva attaccato il bottone provava, sia pure per pochissimi secondi, un dolore intensissimo.Da ciò la locuzione attaccare bottone fu adoperata fuori del campo strettamente medico, in senso figurato, con il significato di parlar male di qualcuno attaccandolo con discorsi che gli dessero fastidio, pungendolo con calunnie. Con il trascorrere del tempo quest’espressione ha acquisito il significato di affliggere, costringere, cioè, una persona a sopportare un discorso lungo e, a volte, noioso.— A proposito di idiomatismo, quindi di lingua, papà, molto spesso leggo sui giornali elementarietà; altre volte, invece, elementarità. La e in mezzo, insomma, ci vuole o no?— No, per una regola grammaticale semplicissima: finiscono in –ità i sostantivi i cui aggettivi corrispondenti appartengono alla seconda classe, hanno, cioè, la desinenza in e; terminano in –ietà, invece, i sostantivi i cui relativi aggettivi finiscono in o, vale a dire gli aggettivi della prima classe.Abbiamo, quindi, elementarità (senza la e in mezzo) perché l’aggettivo corrispondente è elementare; diciamo, invece, varietà perché il relativo aggettivo è vario, finisce, cioè, con la o. Stando a questa regola dovremmo dire, quindi, umanietà perché l’aggettivo corrispondente è umano, con la o finale. Giusto?Semplifico la regola, allora: fanno in –ietà i sostantivi derivati da aggettivi che contengono una i nella terminazione. Abbiamo, per tanto, vanità perché l’aggettivo è vano e notorietà perché il corrispondente aggettivo è notorio.

    (Dal libro "Un tesoro di lingua", di Fausto Raso, Ed.  Nuove Direzioni, Firenze 2016, non in vendita. Si può scaricare, gratuitamente, da Internet).

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