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    Vasco ha gli occhi azzurri, di Silvia Mazzocchi

    “Quando avevo cinque anni ogni domenica con i miei genitori andavamo nella casa di famiglia a Montefiridolfi, frazione di poche anime contadine su un cucuzzolo in Chianti. Montefiridolfi era un bucolico paesino campagna vicino alla metropoli di Mercatale Val di Pesa, non ancora balzata nelle prime pagine della cronaca a causa delle vicende del mostro di Firenze. Da Firenze per raggiungere Montef... Altro...

    “Quando avevo cinque anni ogni domenica con i miei genitori andavamo nella casa di famiglia a Montefiridolfi, frazione di poche anime contadine su un cucuzzolo in Chianti. Montefiridolfi era un bucolico paesino campagna vicino alla metropoli di Mercatale Val di Pesa, non ancora balzata nelle prime pagine della cronaca a causa delle vicende del mostro di Firenze. Da Firenze per raggiungere Montefiridolfi servivano una quarantina di minuti di macchina, per me era un viaggio vero. Adoravo andare nella grande casa colonica di famiglia dove c’era la libertà, la Bmx da cross e le ciliegie da rubare sugli alberi. C’erano i miei cugini, i nonni e soprattutto c’era la totale retrocessione di noi bambini allo stato selvaggio. Durante il viaggio da Firenze a Montefiridolfi me ne stavo seduta nei sedili posteriori della Lancia Beta di mio babbo, senza cinture che a quei tempi non usavano proprio, rigorosamente seduta nel centro per guardare la strada, a me la macchina mi ha sempre dato noia. Con i miei genitori ci divertivamo a scegliere le canzoni alla radio. Era prima dei cd, prima di SPOTIFY e nella nostra macchina c’era la radio con la ruzzola per scegliere le stazioni radio. Era bellissimo quando dopo tante attese ti capitava di ascoltare una canzone che ti piaceva, cosa che a me non capitava quasi mai. Avevo appena cinque anni e conoscevo giusto le canzoni dei cartoni animati, Jeeg Robot d’acciaio per eccellenza e come cantanti da grandi mi piaceva un sacco Adriano Celentano, mia mamma era fissata con Azzurro e il Ragazzo della via Gluck. I miei genitori erano più fortunati nel toto-canzoni, a parte le canzoni italiane, da Dalla a Guccini, da Morandi a de Gregori, da Baglioni a Vecchioni - mio zio ci ha frantumato le palle per anni con Samarcanda - amavano anche i Beatles i Rolling Stones come cantava Morandi, altro mito di mia mamma peraltro. Poi un pomeriggio, non saprei dire con esattezza l’anno ma suppongo nei primi anni 80, mentre tornavamo dalla campagna passarono in radio una canzone e mio babbo alzò subito il volume. “Silvia! Ascolta le parole di questa canzone!”

    Mi disse. “Babbo ma questo è quel Vasco Rossi!”

    Lo odio! Ha una voce orrenda e poi lo sai che lui è un drogato?”

     

    Ecco “Vasco ha gli occhi azzurri” di Silvia Mazzocchi edito da Edizioni Il Foglio, in distribuzione da Maggio 2024.

    Era solo una bimba di cinque anni quando suo babbo Giuliano le fece ascoltare “Silvia”. Buffo pensare che lei non voleva proprio saperne di ascoltare “quel Vasco Rossi là”! Suo babbo le ripeteva che doveva ascoltare le parole di quella canzone perché quella “Silvia” era come lei, una bambina che arrivava sempre tardi e stava per diventare grande.

    Silvia cresce ma prima di trovare la fede nel giusto mito attraversa gli anni 80’ accompagnata dalla musica pop di Madonna e dall’amore per John Taylor dei Duran Duran ma è grazie al suo primo fidanzatino che a 13 anni scopre Il Blasco” e lui e la sua musica diventano una droga per lei.

    L’emozionante libro di Silvia Mazzocchi attraverso una fotografia generazionale, ripercorre non solo il successo di un mito come Vasco Rossi, ma permette al lettore di seguirla nella sua straordinaria esperienza da fan: fatica, sudore, la corsa per la transenna in prima fila, la stanchezza, una passione divorante capace di azzerare ogni esigenza fisica.

    Questo, il racconto di un testo che la Mazzocchi regala ai suoi lettori, attraverso una narrazione sincera e diretta. La sua è una ricostruzione altresì epocale, attraverso le mode degli anni 90’ e dei primi anni 2000.

    Una cronologia temporale che la vede protagonista di numerosi concerti sparsi per l’Italia. Un Vasco frizzante e dissacrante, poi pronto a lasciare la vita da rockstar per una vita più ordinaria. Una fascia temporale che vede la stessa autrice perdersi nel vuoto interiore, disciolto solo dall’amore per la scrittura e la musica.

    Un testo che si stringe alla forma diario, e che permette attraverso una narrazione colloquiale, ai lettori di ogni stregua di affezionarsi ad un mito della musica che ancora oggi fa la storia.

    Un racconto sincero, attraverso il quale, l’autrice promette l’identikit di “un suo Vasco”. Un’attesa lunga e faticosa, alla volta del prossimo concerto. Un libro che apre le braccia al tempo, che partendo dagli anni 80’ ripercorre quarant’anni di una passione infinita, che vede Silvia Mazzocchi stretta per sempre al suo Vasco.

    Si può raccontare una passione. Forse No. Perché una passione si vive, si respira, si mastica a grandi morsi e raccontarla è difficile. Eppure in questo libro l’autrice con una dose infinita di incoscienza e follia ci ha voluto provare. Silvia Mazzocchi vuole portarvi dentro la sua passione, forse illogica e insana, ma quale passione degna di questo nome non lo è? Cosa serve quindi per leggere questo libro? Serve il cuore, solo quello. Lasciate ogni buon senso o voi che entrate e lanciatevi, rigorosamente senza paracadute, dentro questa storia. Questa è la domanda che ci pone l’autrice: "Ma voi, l’avete mai seguito un cantante per quarant’anni? Avete mai provato una passione vera, carnale e illogica per lui? Tanto grande da scriverci un libro? Io sì."

     

    Info biografiche:

    Silvia Mazzocchi classe 1975. Irvi75 nel mondo dei social network.

    Professione: Ha un contratto a tempo indeterminato con l’ansia, ma mira a far carriera nel mondo della calma.  Sport praticati: è medaglia d’oro olimpica nel lancio della polemica e argento nel triplo salto carpiato della crisi di nervi.  Lingue parlate: il sarcasmo. Studia da anni la diplomazia, ma non riesco proprio a farmela piacere.

    Dipendenze: burro di arachidi e gorgonzola.  Come combatte i momenti di crisi: aggiunge al carrello. Pregi: Parla troppo, scrive troppo, beve troppo, fuma troppo e dice un sacco di parolacce, ma ho anche dei difetti.  Sogno nel cassetto: il folletto, ma per ora ha investito in altri beni di lusso come la psicoterapia.  Religione: è atea ma dal lontano 1988 prega il suo Dio.  Il sui Dio si chiama Vasco. Vasco Rossi. 

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    Tipi da bar

    Una serata strana, triste, finisco di lavorare e vado al mio solito posto, in un pub un po' isolato, ma molto frequentato.Joe non può parlare, sta lavorando, corre a destra e a sinistra per il bancone, dà ordini alle cameriere e fa tutto quello che deve fare chi sta dall'altra parte della banconata.È alto e porta male i suoi anni: stempiatura, capelli lunghi, maglietta nera, grembiule nero e je... Altro...

    Una serata strana, triste, finisco di lavorare e vado al mio solito posto, in un pub un po' isolato, ma molto frequentato.

    Joe non può parlare, sta lavorando, corre a destra e a sinistra per il bancone, dà ordini alle cameriere e fa tutto quello che deve fare chi sta dall'altra parte della banconata.

    È alto e porta male i suoi anni: stempiatura, capelli lunghi, maglietta nera, grembiule nero e jeans. Sembra una brava persona, ma non finisce di ispirare fiducia, d'altra parte conosce tutti i suoi clienti, ma è lì solo per denaro.

    I miei amici non ci sono, prendo posto al bancone "Ciao Joe, mi fai una doppio malto?"

    "Arriva" mi risponde.

    C'è molto rumore, tante parole assieme, non si riesce a distinguere niente se non ci si concentra su qualcosa e tutte quelle voci sovrapposte sembrano sbattere sulle orecchie e non riuscire a fare passare le parole ma solo la confusione che da esse deriva.

    Mi guardo intorno e bevo la mia birra.

    Se fossi al bancone da solo guardandomi intorno sembrerei uno sfigato, ma con la birra è un po' differente, bisogna mettere in atto un' azione autoriferita, identificare uno scopo. Non si può stare seduti o appoggiati ad un banco senza far nulla, bisogna fare qualcosa e che sia socialmente accettabile e qualificante, se no si va a casa.

    Ecco: entra uno dei tipi da bar più caratteristici, il boomer alfa.

    È alto, piuttosto in forma, i suoi capelli tendono al grigio, ha la faccia di chi ha provato tutte le droghe senza mai finirci sotto completamente.

    guarda  le cameriere in modo così "sporco"  che Joe non lo farebbe bere, vorrebbe solo farlo pagare e buttarlo fuori. Ma no, lui starà lì berrà e berrà tanto, è un boomer, ma pur sempre un alfa.

     La cosa che caratterizza questo figlio di puttana è la voce, rauca, di gola, è cresciuto con Vasco Rossi e Ligabue, questo  fenomeno.

     Ma non sono solo i gusti musicali: Il tono è sempre più alto del dovuto e le sue frasi quando non stanno insegnando qualcosa a qualcuno stanno facendo una velata allusione sessuale, se parla con delle donne ed esplicita se parla con degli uomini.

     Lui non è lì per tutte le donne, ma solo per le cameriere, le uniche che non possono mandarlo a cagare.

     "Joe, un'altra doppio malto per favore"

     "Di te, lo sai che la doppio malto non esiste". Il boomer si rivolge a me "infatti io stasera non bevo" gli rispondo.

     Detto ciò maneggio il cellulare e comincio a guardare cose a caso nel tentativo di scappare figurativamente il più lontano possibile da quella crisi di mezza età ambulante che mi ha appena rivolto la parola.

     Il boomer mi manda al diavolo e si gira verso il bancone, dice a Joe che i giovani d'oggi non sanno neanche che cazzo bevono. Pericolo scampato

    Arriva la mia birra, due secondi senza di lei e stavo per ritrovarmi in una conversazione più che sgradevole e fin troppo qualificante.

    Due tavoli accanto al mio, eccola là la Bomberita, non è giovane, ma neanche vecchia, avrà appena fatto i quaranta.

    Al suo tavolo ci sono sia uomini che donne e lei deve dimostrare di poter essere la più volgare di tutti. "Culo, tette ,figa, merda, scopare" oltra a varie allusioni sono le parole più utilizzate da questo "pezzo di nostalgia degli 90".

    È cresciuta quando gli alfa boomer erano solo alfa e lei voleva essere proprio come loro. Non è molto in forma, questo le dà qualche problema,  sta parlando di quella volta in cui un uomo si è permesso di dire che gli piacciono le donne magre e allora lei lo ha rimesso al suo posto dicendo:"una come me inizi a toccarla a Natale e finisci all'Epifania".

    Da notare la struttura della comunicazione, voleva parlare di come lei si ritenesse attraente nonostante il sovrappeso, sul concetto generale nessuno a nulla da dire ma sul caso specifico non è detto, quindi cosa fa? Si insulta da sola, in modo da finire automaticamente dalla parte della ragione e poi con una frase ad effetto uccide il suo ipotetico interlocutore: sipario e applausi, grazie.

    Beh non è che sia fastidiosa, tutto sommato sta al suo posto, solo...Dispiace per lei.

    Ma io intanto sono quasi a metà della seconda birretta, la vescica comincia a reclamare un time-out e anche se odio lasciare le cose a metà, gesticolando faccio capire a Joe che sarei andato in bagno e avrei lasciato lì la birra a tenermi il posto.

    Entro, c'è una ragazza sulla porta, meno di trent'anni, bassa e carina, camicia e short.

    -Sei in fila?- le chiedo

    -No sto tenendo la porta al mio ragazzo, è rotta, non si chiude.

    Sento il rumore dello sciacquone, lui esce, e di lui riesco a notare solo gli occhi chiari, una collana che io non avrei messo e i capelli talmente unti da potercisi specchiare.

    Facciamo un sorrisetto, come cenno di saluto e prendo il suo posto.

    Non è sporco come dovrebbe essere, il che fa del locale un pub di alta qualità dove si possono portare anche signore.

    Sento la porta dell'antibagno aprirsi, la barriera che mi separa dal mio successore non si chiude più, rimane aperta di una spanna , mi giro un po' di lato, per non dare spettacolo, lui fa per entrare, mette dentro il viso e io lo avverto "occupato".

    Finisco di dare il sollievo dovuto alla mia vescica, mi lavo le mani ed esco dicendo al ragazzo che aspetta "è rotta, non si chiude più".

    Torno al tavolo, riafferro la mia birra e chiedo a Joe di cominciare a prepararmene un'altra.

    Guardo la porta, finalmente arrivano anche loro. Coppia di piccoli imprenditori, capaci di fare gli sbruffoni solo nei posti di nicchia della loro piccola città. Lui è alto, più di me, capelli brizzolati, ma tinti, baffetti da Zorro, vestiti che sarebbero eleganti nella forma ma la sostanza urla "uso vestiti formali con colori sgargianti e probabilmente non mi funziona il cazzo".

    Lei sembra una bambola, non nel senso che è bella, ma una di quelle bambole senza una storia precisa che si trovano nei discount e nei negozi dei cinesi: capelli ricci,disturbi alimentari e voce un po' aspirata che arriva da dietro al naso a indicare una timidezza quasi sconfitta.

    Joe non riesce a visualizzarli, guardandoli non vede due volti ma solo due salvadanai a forma di porcellino con una crepa su tutta la schiena.

    A me personalmente fanno schifo, hanno l'aria di non saper fare niente se non i venditori di fumo e i figli di puttana.

    Faccio in modo di non farmi notare e smetto di osservarli, non ho voglia di vedere i sorrisi paraculo di Joe alle loro battute di circostanza, non voglio guardare lui cercare di apprezzare il vino più costoso che trova non riuscendo a distinguerlo da un vino in cartone e non mi va di vedere lei che chiede a Joe uno di quei cocktail con il nome strano che lui ha messo solo per allungare la lista, sapendo che poi da bravo barman le farà qualcosa a caso e di colore rosa ed io penserò "butta giù e taci, così impari ad essere una testa di cazzo".

    Alle mie spalle c'è il playboy, fisico da atleta, camicia estiva e allegra e ragazza timida e sorridente ad ascoltare le sue storie. Sono quasi tutte inventate, ma sono stupende, fanno tutte e ridere e poi sono tante, troppe per dubitare di tutte. Vorrebbe dire andarsene e dargli del bugiardo, ma lui è simpatico e divertente e si fa ascoltare.

    Seduta all'altro tavolo invece c'è la playgirl, davanti a lei un uomo più grande, che fa lo spaccone per fare colpo, ma ha la bocca asciutta e le mani bagnate e lei lo sa e la diverte. È brava a rimarcare il suo nervosismo quando lui si sente sicuro o a farlo parlare di argomenti maliziosi quando lui cerca di evitarlo.

    Tutti conoscono solo il suo soprannome 'Minnie" e il suo vestito nero, elegante e provocante nel contempo, tutti sanno chi è ma  nessuno le ha mai parlato, neanche Joe.

    La mia terza birra scorre come una cascata, la lucidità comincia a lasciare il posto ad una godevole ebrezza e il mio sguardo si ferma su due tavoli appena entrati,  per arrivare fino a qui non hanno fatto la stessa strada, si vede.

    Al tavolo più vicino alla porta c'è un gruppo di ragazzi un po' underground, vestiti scuri, capelli lunghi, magliette di gruppi musicali, scommetterei che erano a fare giochi di ruolo, oppure hanno appena fatto le prove per il loro gruppo. Ma certo, sono una cover band, quasi sicuro, rock anni 70 ma anche qualcosa degli anni 60 e 80 .

    Loro suonano e si sentono fighi in sala prove, quasi di sicuro, ma credo che il mondo li ignori e continuerà a farlo, credo di essermi sentito anch'io come loro.

    Di là, all'altro tavolo chi abbiamo?

    Sempre molto giovani, tutti in camicia, tranne uno in canottiera, i due migliori hanno anche gli occhiali da sole. Non stanno andando a casa, fanno una tappa qui, arrivano dal centro e poi vanno in discoteca. Ci scommetto. Prendono un paio di pastiglie, a parte quello che deve guidare perché ne ha paura e pensano di  fare la vita da influencer mentre traggano il locale nella storia su Instagram. Fighetti

    Facciano tutti quello che vogliono, alla fine è solo un gioco, un gioco che per me stasera finisce è l'una e mezza, la birra è finita e non posso andare avanti a bere, poi devo guidare.

    Mi alzo per andare a pagare ma  entra la polizia, Joe serve prima loro, due agenti giovani ovviamente del sud Italia, del nord non credo esistano, se non veneti, neanche nei Simpson.

    Uno dei due poliziotti va in bagno, io pago, saluto Joe ed esco.

    Sto per salire in macchina, mi chiedo quanto sarebbe a rischio la mia patente se guidassi, quando vedo un poliziotto trascinare fuori dal locale uno dei fighetti e urlargli contro: "Minchia, neanche assicurarsi di non essere visto, come se pippare fosse normale, adesso fai un giro con me in questura". Il ragazzo prova a giustificarsi:

    "La porta è rotta, non si chiude"

    Io sorrido e salgo in auto e sparisco.

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    L'aziendalese

     Negli ultimi, circa, 20 o 30 anni, nel nostro paese, colonia economica e politica americana, anche nel linguaggio, siamo stati pervasi da un uso dell'inglese massiccio e diffuso. A tutti i livelli, nel giornalismo, ma soprattutto nelle aziende, mano mano che le innovazioni informatiche dei processi lavorativi, avanzavano, si è venuta a creare e ad entrare nell'uso comune, una lingua che, co... Altro...

     Negli ultimi, circa, 20 o 30 anni, nel nostro paese, colonia economica e politica americana, anche nel linguaggio, siamo stati pervasi da un uso dell'inglese massiccio e diffuso. A tutti i livelli, nel giornalismo, ma soprattutto nelle aziende, mano mano che le innovazioni informatiche dei processi lavorativi, avanzavano, si è venuta a creare e ad entrare nell'uso comune, una lingua che, come detto, pesca molto dall'inglese , ma si è andata via via arricchendo ( il termine è improprio, credo) di termini informatici e italiano filtrato dai gerghi periferici. Il ritorno di Babele, penserete. Magari! La diversità di linguaggio e di lingue, persino attraverso l'uso dei dialetti, che in Italia assumevano la valenza di vere proprie lingue, con tutto il meraviglioso corredo di onomatopee e metafore ( basti pensare ai sonetti del Belli), sta per essere definitivamente seppellita da questo nuovo linguaggio che non è più italiano, non è neanche inglese, mai stato dialetto...ma bensì un'accozzaglia di termini che meno mano le generazioni succedutesi hanno cominciato ad usare per caratterizzarsi e differenziarsi da quelle che le hanno precedute. Almeno così credono. Il concetto di colonialismo aziendalese, non gli è ancora chiaro: in un'epoca in cui si sono abbandonati ai libri di storia contemporanea, gli afflati rivoluzionari che avevano contrassegnato epoche precedenti e che, lasciatevelo dire, sbagliati per quanto fossero, hanno comunque creato nuove direzioni nella storia. Oggigiorno le nuove generazioni sguazzano nel linguaggio unico del pensiero unico ( il capitalismo dei social che danno l'illusione di contare grazie alla bolla dei tuoi amici o contatti), tranne rare eccezioni, per cui si è autorizzati a dire che i giovani o sono troppo impegnati, troppi pochi, tanto da sembrare marziani, oppure nuotano nel conformismo più becero, i più, inseguendo chimere carrieristiche, per le quali, in attesa, si accontentano di aneliti corrieristici ( quelli degli autobus che li accompagnano ogni giorno a compiere lavoretti insulsi e sottopagati). Carriere corrieristiche che per i più si trasformano nel lavoro di una vita, che, se una volta, per noi, aveva qualche garanzia, oggi ha come unica certezza, la polverizzazione di contratti di lavoro a termine che finisce per creare intorno a questi poverini, una fitta nebbia di incertezza. E cosa si fa in attesa di diventare qualcuno che non si diventerà mai ( perchè quel qualcuno lo sono già, come individui e personalità, solo che non lo sanno)? Ci si adegua. Si naviga a vista e soprattutto, si parla lo stesso linguaggio schizofrenico, che ci rende uguali ai nerd di Chigago e a quelli di Calcutta ( senza la fantasia di ridere di Er Monnezza, Tomas Milian, che fa alla signora americana stravaccata sul divano che ha appena detto, "vengo da Chigago": "mò ce vado pure io!"). Sotto questo aspetto l'uso dell'inglese, che secondo me da noi non si usa come in Inghilterra o come negli Stati Uniti , ma rifondato e rifonduto in un nuovo linguaggio che, per comodità, definiremo, Anglitaliano o, se preferite, Italinglese, abbonda in modo inusitato nelle aziende, specie private ( benchè abbia ormai preso piede anche in quelle pubbliche, ma con molta calma, com'è costume di queste realtà lavorative dai ritmi sudamericani trapiantati al centro dell'Europa occidentale). Si leggono delle meravigliose mail fantasmagoriche, mandate dai dirigenti di queste aziende, che, tra l'altro, come funzione, si sono dati delle definizioni lunghe un chilometro che fanno impallidire qualsiasi supercazzola prezzoliniana e che probabilmente coprono il fatto che sono appena un gradino sopra i loro sottoposti gerarchici (sembrando invece, in tal modo, inarrivabili presidenti galattici di fantozziana memoria), che capiscono solo loro. Eccone un esempio: "Update, sul forecast di alcuni prodotti, la cui pipeline, ha risentito nel TRANSIT, di un trasport issue a causa di un bottle neck, dati che riceveranno ulteriori updates, asap". Sull'asap c'e' una standing ovation...ops! Ora miei cari amici che mi leggete, io che non sono della generazione di "Amici miei" e che le supecazzole del conte Mascetti le ho introiettate dai racconti di mio padre, che pure egli e la sua generazione , si divertivano a inventare con molti tipi di fantastici giochi di parole a scopo  ludico, mostrando creatività e ironia, ma che vengo dalla lettura dei sonetti del Belli, dall'Inferno di Dante e dal Decamerone del Boccaccio, testi,  specie questi ultimi due, fondanti della nostra bellissima lingua italiana rispettivamente in poesia e prosa, come credete che possa rapportarmi a generazioni che parlano e soprattutto scrivono in questo modo? Ovviamente ci saranno molti trentenni o giù di lì che mi offenderanno dicendo che le lingue mutano e che è giusto, facendo violentare la nostra lingua considerata, a livello mondiale, pensiamo alla musica, ad esempio, fra le più belle e romantiche, nata dal latino, ceppo che è all'origine dello spagnolo e del francese, parlare in inglese  (che poi neanche inglese, è) e che dire "Food" invece che "Cibo", introduce la sfumatura che Food è una cosa molto più elaborata ed elegante, di Cibo ( infatti, come dire blowjob invece che chinotto), via andando  fino a Zaia, presidente del Veneto, che dichiara coram populo: "bisogna fare il vaccino ai cargiver, si insomma, a quelli che portano in giro in macchina gli ammalati"...e certo, nella parola c'è "car"! Cari amici, cari lettori, questo pezzo è l'ennesimo tentativo di accendere una torcia sulla direzione grigia che stiamo prendendo, proprio come umanità. Un'umanità che anzichè esaltare le proprie virtù metropolitane e moderne, nate dal rispetto delle buone tradizioni passate, scade sempre più nel provincialismo del linguaggio e delle definizioni linguistiche omologate e omologanti. Anticamera del provincialismo antropologico e sociologico (sia detto  senza tema di supercazzole). Diciamo che è un pò come vedere qualcuno che entra in un museo con bermuda e ciabatte. Solo che non è il museo del surf. Magari definirlo così:" young accidentally enters a museum wearing shorts and slippers" anzichè "tizio con un vuoto a perdere di cervello", serve solo a dire, in realtà: tutto è consentito, nella terra dell'unico tipo di comunismo realizzato: quello del linguaggio! E del siamo tutti uguali; l'unica differenza la fanno i soldi. Non pensiate che la ricchezza dei sentimenti conti ancora qualcosa: "no way!"

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    Due parole sul terrorismo…

    In un Paese come il nostro in cui c'è stato un connubio tra materialismo spicciolo e un idealismo deteriore il terrorismo è stato vinto dai partiti, dalle istituzioni, dai sindacati, dal popolo, ma soprattutto dalla fine della guerra fredda (ammettiamolo pure). Qualcuno violento e fuori dalla storia è pur rimasto nella foresta a combattere una guerra già persa, ma nessuno oggi può far leva su... Altro...

    In un Paese come il nostro in cui c'è stato un connubio tra materialismo spicciolo e un idealismo deteriore il terrorismo è stato vinto dai partiti, dalle istituzioni, dai sindacati, dal popolo, ma soprattutto dalla fine della guerra fredda (ammettiamolo pure). Qualcuno violento e fuori dalla storia è pur rimasto nella foresta a combattere una guerra già persa, ma nessuno oggi può far leva sul disagio sociale e trasformarlo in barbarie. Il terrorismo nero è stato subito vinto perché non c'è stata da anni alcuna possibilità da parte di nessuno di sfruttare lo spontaneismo armato (nato per esempio dai fatti di via Acca Larentia). Quella contrapposizione di forze (gli opposti estremismi) non esiste più. Quello che è accaduto al circolo Arci di Reggio Emilia con cretini incappucciati che cantavano inneggiando alle br però dimostra che c'è più indulgenza per il terrorismo rosso. C'è da decenni un pregiudizio negativo nei confronti delle vittime delle br ("se la sono cercata", "erano colpevoli", "erano imperialisti", "erano servi dello Stato") e un pregiudizio positivo nei confronti dei brigatisti rossi ("hanno le loro ragioni", "sono intellettuali", etc etc). Le brigate rosse sono finite quando hanno ammazzato un operaio sindacalista (Guido Rossa) e un antennista fratello di un pentito (Peci). Non potevano più avere un consenso popolare (poco tempo prima se le brigate rosse avessero potuto presentarsi come partito avrebbero preso 200000 voti secondo i sondaggisti dell'epoca). Bisognerebbe considerare che Aldo Moro era innocente come la povera Maria Fresu, anche se il suo lavoro comportava più responsabilità e quindi più rischi.  Bisognerebbe considerare che i veri colpevoli dell'estremismo rosso non sono i giovanotti autoesaltati e ubriacati ideologicamente che uccidevano, ma i cattivi maestri che li hanno indottrinati e armati: ancora non è stata fatta piena luce su questo e i cattivi maestri non hanno pagato del tutto, sicuramente hanno pagato troppo poco; sono stati proprio quei professorini freddi e spietati come Senzani che hanno armato giovani che stravedevano per loro. Così questi terroristi hanno distrutto vite altrui e le loro. Ora possiamo dirlo serenamente che salvo improbabili colpi di coda tutto è finito, ma ciò deve servire da lezione. Non deve finire nel dimenticatoio. Infine riporto a memoria una dichiarazione di Giuseppe Fioravanti, che in una intervista dichiarava che quelli della sua generazione si erano scannati tanto per poi fare anni di galera e ritrovarsi certa gente al governo. Era l'amara constatazione del proprio fallimento umano e politico, nonché della sua generazione. A ogni modo ognuno deve mettersi contro i figli di buona donna (con tutto il rispetto per le loro madri; è solo un modo di dire) del suo tempo. Terroristi rossi e neri ormai sono di un altro tempo. Così si spera.

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    Sul ricambio generazionale e altre amenità…

    Il ricambio generazionale spesso non avviene per diversi motivi. Possono esserci conflitti tra figli dei soci, tra figli e genitori, tra generi e suoceri (con tutte le varianti edipiche annesse e connesse). Può essere per colpa della bella vita dei figli e della cocaina assunta. Può essere per l'avventatezza e l'incapacità di ascoltare i padri da parte dei figli. Smettiamola però con la sciocc... Altro...

    Il ricambio generazionale spesso non avviene per diversi motivi. Possono esserci conflitti tra figli dei soci, tra figli e genitori, tra generi e suoceri (con tutte le varianti edipiche annesse e connesse). Può essere per colpa della bella vita dei figli e della cocaina assunta. Può essere per l'avventatezza e l'incapacità di ascoltare i padri da parte dei figli. Smettiamola però con la sciocca vulgata che i giovani sono dei buoni a nulla perché nella gran parte dei casi sono più preparati dei padri. Talvolta, anzi spesso, c'è anche poco da "ricambiare" (a proposito sempre di ricambio generazionale): molte piccole imprese, almeno nel Centro e nel Sud (nel Nord ci sono più distretti industriali e molto più indotto, l'economia gira di più,  c'è più ricchezza, per cui il singolo imprenditore è più avvantaggiato) sono con l'acqua alla gola, per non dire nella merda fino al collo. Più che di crisi generazionale si tratta di crisi epocale. Alcuni boomer hanno un bel dire sostenendo che alcuni con la quinta elementare hanno fatto strada e sono diventati imprenditori. Non tutti, diciamocelo onestamente,  erano geniali autodidatti come Enzo Ferrari. La maggioranza di questi sono stati dei boomer (cioè hanno vissuto il boom economico) e più che gli artefici ne sono stati gli utenti (nel senso che ne hanno usufruito di quella ricchezza). Hanno approfittato dell'occasione, non avendo niente da perdere.  Quanti senza arte né parte hanno imbullettato due legni e hanno creato un'aziendina perché avevano visto farlo al cugino! Naturalmente questi "geniali" imprenditori avevano una massa di professionisti che li assistevano (ingegneri, commercialisti, avvocati, consulenti). Oggi è più difficile fare impresa, come si suol dire. Per cui niente retorica sui boomer, che tra l'altro sono una generazione che ha fatto un enorme debito pubblico o quantomeno si faceva rappresentare senza alcun problema da chi lo creava. Sono proprio i boomer i primi, che vivendo irresponsabilmente al di sopra delle loro possibilità e non presagendo assolutamente il disastro creato, hanno prodotto la crisi in cui sono immersi i loro figli, a cui in buon parte dei casi nessuno darà le opportunità di fare esperienza e arricchirsi che hanno avuto loro. Non a caso tutti gli economisti da anni e anni ripetono che bisogna accettare che i figli stiano peggio economicamente dei padri.

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    Buddhista occidentale

     Da ragazzo frequentando il catechismo non avevo la contezza di cosa volesse dire possedere una spiritualità. Mi ricordo una volta che la catechista fece cenno ad un concetto dal titolo :il pane è vivo. Subito nella mia mente ed in quella di molti altri miei compagni di catechesi si materializzo' il cartoon di michette e panini e filoncini che se ne andavano a spasso per fare una gita. E un... Altro...

     Da ragazzo frequentando il catechismo non avevo la contezza di cosa volesse dire possedere una spiritualità. Mi ricordo una volta che la catechista fece cenno ad un concetto dal titolo :il pane è vivo. Subito nella mia mente ed in quella di molti altri miei compagni di catechesi si materializzo' il cartoon di michette e panini e filoncini che se ne andavano a spasso per fare una gita. E una risata continua e irrefrenabile ci prendeva con buona pace della povera signora che faceva catechesi(ma chi gliel'aveva ordinato poi di dedicarsi alla catechesi, ci sono molti modi di guadagnarsi il paradiso, persino in terra), la quale non sapendo come governarci ci cacciava via. Io e alcuni altri discoli del catechismo passavamo più tempo fuori che dentro le sale del catechismo. Per noi Dio era una cosa seria, molto più seria di panini , taralli e friselle che se ne andavano a spasso ballando il tango. Non lo conoscevamo ma ne avvertivamo la potenza, lo temevamo, subliminalmente immaginavamo che noi saremmo stati puniti. Ma che anche la catechista sarebbe finita all'inferno, colpevole di non averci interessato. Dio l'ho imparato dopo, anni e anni dopo, quel tanto che bastava per rendermi conto che i processi della tua vita sono mossi dalla tua volontà e che Dio se esiste è lontano sideralmente dall'idee che adulti , sacerdoti e operatori religiosi in generale volevano darci di Lui. Uno dei miei compagni di catechesi era omosessuale e lì dentro non facevano altro che parlare di Sodoma e Gomorra e di come se ci fossimo fermati ad osservare la distruzione di quelle che per alcuni sono naturali pulsioni, saremmo stati trasformati in statue di sale. Ma poichè cio' non avveniva venivamo incentivati maggiormente all'idea che la faccenda fosse una bestiale fregatura. Io guardavo le cose da un punto di vista pratico, nonostante le mie letture di storia riguardanti le crociate e le sante inquisizioni. E vedevo che quelli che si battevano il petto a messa la domenica erano quelli maggiormente disposti a dare al prossimo delle sonore fregature. Cercavano di turlupinare e fregare il prossimo dal lunedì al sabato, per poi, di domenica, recitare il mea culpa. Una religione ben comoda, che aveva come contraltare in politica la Democrazia Cristiana. Ognuno ha avuto la propria Unione Sovietica e il suo PCUS. Io ho avuto la Democrazia Cristiana. I preti si facevano le amanti , qualcuno faceva dei figli e le alte gerarchie invocavano il perdono, dicevano che sbagliare era umano. Stavano soltanto precostituendosi alibi per se stessi. Gente in buona fede, nella chiesa, ne ho conosciuta, animati da fede autentica e per qualche tempo li ho invidiati. Io che ero e sono buono solo al pregare Padre Pio quando sono in pericolo. Salvo poi dimenticarmene una volta scampato quel pericolo. Del resto sono pugliese, per me non invocare Padre Pio sarebbe stato come nascere a Livorno e farsi tatuare una svastica sul braccio.

    Ma nella mia vita ho sempre avuto un brutto vizio. Un vizio imperdonabile, qualcosa che alla fine ti costringe a vivere ai margini della società e , vuoi o non vuoi, a divenire un essere solitario, per nella socievolezza caratteriale che mi sono sempre ritrovato ad avere. Un vizio che non ti perdona nessuno, principalmente, udite udite, certi insegnanti di Liceo o di Università , per i quali se qualcuno alle proprie dipendenze legge e vieppiù finisce per formulare delle proprie teorie, fuori dalle sedi ufficiali del potere della cultura accademica o francobollata, è un velleitario. Diventi un reietto, uno zimbello, un giullare, qualcuno da ridicolizzare. E naturalmente il greggiume costituito dai montoni paraocchiati , colonnelli e capitani dell'esercito dei"voglio contare" , e dalle bestie da soma abituate a tirare la carretta per mogli e figli e mariti cui interessano le copertine dell'ufficialità e nient'altro, si accodano diventando massa di manovra a difesa dei propri miserabili privilegi di caste inesistenti. Io credo fermamente invece che ciascun individuo dotato di intelligenza, perspicacia, curiosità e coraggio delle proprie idee, valga la pena di essere ascoltato ed è in grado di dire cose, formulare tesi , produrre teorie, infinitamente più innovative e interessanti di qualunque parruccone accademico e televisivo. Dire questo in una società basata sul potere della televisione e del prestigio di casta è in qualche modo rivoluzionario. Quando lo capiremo sarà troppo tardi.

    E leggi che ti rileggi, mentre la massa indistinta gioca ai cavalli senza essere Bukowski, scrive libri perchè è carino e simpatico in Tv, o semplicemente va allo stadio a vedere la partita, o la guarda su Sky o va al cinema a sgranocchiare pop corn perdendosi il meglio delle battute dei protagonisti a causa del sottofondo masticatorio, o fa la fila in pizzeria il sabato sera, o va a puttane nella migliore delle ipotesi(che qualcosa potrebbe in quest'ultimo caso imparare), la mente si nutre. Lo devi fare perchè significa respirare dopo che sei stato sott'acqua tutto il giorno e non hai potuto farlo, mentre intorno a te si parla di aria fritta al punto che se ti cade una patata dal piatto si frigge all'istante. Leggere per me è come bere un secchio d'acqua gelida appena attraversato un deserto. E' come andare a correre per un maratoneta. Attendere la dose quotidiana per un tossicomane.

    Così leggendo e leggendo ho incontrato il Buddhismo. Testi classici, Dhammapada, il Sutra del Loto, i discorsi del Buddha. Una filosofia, più che una religione. Una religione infinitamente più tollerante delle altre religioni, Ebraica, Cristiana, Cattolica, Mussulmana, Induista. Una religione fondata da un uomo che , unico al mondo, perlomeno per quello che ci è stato tramandato per iscritto, si pose il problema di combattere il dolore dell'esistenza. Vivere per poi ammalarsi, invecchiare, dopo aver visto i tuoi cari, i tuo amici, morire, cosa ci puo' essere di più terribile? Essere condannati ad un ciclo di rinascite finchè non si riesce a vivere in modo virtuoso e non ci si estingue nel Nirvana. Che significa mai più rinascere. E di conseguenza mai più dolore. Geniale, come pensiero filosofico. Buddha è indiscutibilmente il principe dei filosofi, per questo ne ho uno tatuato sul deltoide. Qualcuno dice che quando ti tatui qualcosa , quell'insieme di segni prende vita e vive con te. Ora io non sono nè vorrei essere un Buddha. Anche perchè la virtu' eccessiva mi annoia, e spegne la mia creatività. E resta il fatto che sono un occidentale. Dio o chi per lui, fonte di energia, mi ha creato in questo emisfero. E chi nasce in un emisfero, pur essendo blasfemo e reietto, sul piano culturale, ne fa parte appieno. Ma la filosofia inventata da quest'uomo pacifico, che camminava sull'erba dando l'impressione che godesse di quel semplice gesto, ad ogni passo, che si rese conto che sul piano delle leggi della fisica il male eccessivo arrecato da un uomo ad un altro uomo, per uno scambio osmotico, torna indietro centuplicato contro chi lo compie (la legge del Karma) e che capì che vivere il presente in ogni suo attimo lasciando in un'epochè primordiale intonsa e inesplorata, passato e futuro e , ancora, vivere il presente con attenzione, curando al massimo livello ogni dettaglio, aiuta indiscutibilmente a vivere meglio. Prima e meglio di qualsiasi psicanalisi, di qualsiasi psichiatra o imbonitore occidentale. Gli orientali vanno a chiarire i propri dilemmi dai monaci buddhisti. I quali sono molto più interessati a pacificare la vita di chi soffre che a sfoggiare le proprie abilità miracolistiche. Vivere in modo sostenibile come diceva San Francesco, non abusare delle forze della natura, trattare il pianeta come un organismo vivente. Naturalmente anche fra loro , fra  buddhisti, vi sono esegeti e interpreti del pensiero religioso, ma quanta tolleranza vi è in loro! E che pensiero infinitamente rivoluzionario nell'essere compassionevoli! Nell'osservare criminali, carogne e cattivi di turno con la consapevolezza che siano persone che soffrono proprio nel mentre generano sofferenza ad altri. Nessuno aveva osato tanto!

    Ma come ho detto sono un occidentale. E devo compiere ancora molta strada prima di trasformare la mia rabbia per le ingiustizie che osservo ogni giorno, in amore, devo reincarnarmi in molte forme di vita ancora prima di calmare i  miei bollenti spiriti . Magari reincarnarmi  in una iena o in uno scarabeo stercoraro, prima di giungere ad una vita perfetta ed estinguermi nel nulla, nell'a-sofferenza. Mi accontenterei di tendere ad una vità che volge verso la virtu'. Ma senza fretta. Perchè una delle lezioni che ho appreso dalla vita è che devi attraversare l'inferno , conoscerlo e infine annoiarlo. Si spegne da solo. Come un caro amico d'infanzia che muore d'infarto perchè tu sei stato resistente a tutti i suoi pugni.

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    Diventare scrittori

    Come nasce l’idea di un libro? Be’… dipende principalmente dal libro. Immagino che chi decide di scrivere un libro di ricette, sia quantomeno un appassionato di cucina. Io scrivo romanzi. Al mio attivo ne ho quattro già usciti ma altri due sono in attesa di spiccare il volo. I miei inizi però partono dai racconti brevi, passione che non ho assolutamente abbandonato. Non c’è dubbio però... Altro...

    Come nasce l’idea di un libro? Be’… dipende principalmente dal libro. Immagino che chi decide di scrivere un libro di ricette, sia quantomeno un appassionato di cucina. Io scrivo romanzi. Al mio attivo ne ho quattro già usciti ma altri due sono in attesa di spiccare il volo. I miei inizi però partono dai racconti brevi, passione che non ho assolutamente abbandonato. Non c’è dubbio però che i romanzi impegnino di più. Inoltre io non riesco a seguire un filone prestabilito. Ogni mia storia è diversa dalle altre. Ma andiamo alla domanda iniziale: come nascono le mie storie? O come nasce l’idea che poi scaturisce in una storia vera e propria? Nel mio caso potrei dire con sicurezza che nasce principalmente dalla voglia di raccontare. “Io Volo” il mio primo romanzo, è nato dalla mia voglia di far conoscere il mondo degli aquiloni acrobatici. Molti, dopo averlo letto, credevano fosse un romanzo autobiografico. Poteva ingannare l’ambientazione, visto che siamo tra Mestre e Venezia, la mia zona, ma questa non è la mia storia. Arianna è un’insegnante di scuola elementare con la passione della fotografia. Frequenta il parco di San Giuliano a Mestre, un polmone verde che arriva fino ai piedi della laguna veneziana. Quando si siede per riposare un po’, scorge due aquiloni in volo. Nota che sono manovrati da due ragazzi. Ne rimane così affascinata che ben presto fa amicizia con Elisa e Sergio, i due piloti. Quando torna a casa, è felicissima perché ha ancora tra le mani, la sensazione di aver pilotato un aquilone acrobatico anche se con l’aiuto di Sergio. La storia si inerpica tra vite intrecciate, tra nuove conoscenze e tra una parentela problematica. Ma “Io Volo” è stato principalmente il mio modo di far conoscere il mondo degli aquiloni e soprattutto cosa si prova a pilotare un acrobatico. Avevo voglia di scrivere un romanzo che mettesse in risalto come la passione per una disciplina sportiva come l’aquilonismo acrobatico, aiuti le persone a vivere in un ambiente sano a contatto con la natura imparando a conoscere il vento e ad accettare anche fatiche e frustrazioni oltre che innumerevoli ricompense in termini di sensazioni ed emozioni, come quelle che prova la mia protagonista Arianna, curiosa di scoprire cosa c’è dietro quel volo di aquiloni.

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    L’ESIGENZA DI CREARE

    Il fato ha voluto che fossi il membro più giovane della mia famiglia, il figlio più piccolo, quello più vulnerabile, più stupido e più incompreso.Non credo sia così in tutte le famiglie, o almeno lo spero, ma nella mia l’età contava moltissimo, i discorsi rilevanti erano solo per grandi.Esprimere il proprio punto di vista sul mondo, o più semplicemente su un qualsiasi argomento, era pres... Altro...

    Il fato ha voluto che fossi il membro più giovane della mia famiglia, il figlio più piccolo, quello più vulnerabile, più stupido e più incompreso.

    Non credo sia così in tutte le famiglie, o almeno lo spero, ma nella mia l’età contava moltissimo, i discorsi rilevanti erano solo per grandi.

    Esprimere il proprio punto di vista sul mondo, o più semplicemente su un qualsiasi argomento, era preso come può essere presa una battuta udita in sottofondo alla televisione mentre si fa altro.

    Se penso alla mia infanzia penso alla costante voglia di comunicare qualcosa senza essere percepito, immagino un bambino che urla in una stanza piena di manichini, indifferenti nei loro vestiti, immobili nelle loro pose.

    Il mio carattere, almeno quello che mi ha accompagnato fino alla tarda adolescenza, non ha contribuito: timido, introverso e insicuro, probabilmente amalgamato dal fatto che per mia madre qualsiasi cosa ci fosse fuori dalle mura domestiche potesse brutalmente uccidermi da un momento all’altro, un carattere sorto sulla base che il mondo è pericoloso, spietato, la gente è malvagia e bisogna sapersi accontentare di quello che si ha.

    E cosa può fare un bambino infelice per esprimersi?

    CREARE CON CUORE

    fortunatamente quel bambino urlante un giorno ha capito, non so come, che per dire la propria vi erano molteplici modi, ha compreso il potenziale di impugnare una matita nel modo giusto e da lì non si è più fermato.

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    Looking for mail…

    Cara xxx,ti scrivo queste righe, sperando che le leggerai, che qualcuno ti avviserà o te le riassumerà.  Ci siamo scritti centinaia di email e poi ci siamo persi di vista. La colpa forse è stata reciproca. Abbiamo entrambi scelto di non sentirci. Forse ci siamo delusi a vicenda. Forse avevamo riposto aspettative  troppo alte l'un l'altra. Sono passati diversi anni ormai. Per me è sta... Altro...

    Cara xxx,

    ti scrivo queste righe, sperando che le leggerai, che qualcuno ti avviserà o te le riassumerà.  Ci siamo scritti centinaia di email e poi ci siamo persi di vista. La colpa forse è stata reciproca. Abbiamo entrambi scelto di non sentirci. Forse ci siamo delusi a vicenda. Forse avevamo riposto aspettative  troppo alte l'un l'altra. Sono passati diversi anni ormai. Per me è stato uno sforzo perché non ero abituato ad aprirmi, a confidarmi. Non è mai facile parlare di me, dei miei problemi. Inizialmente ero molto diffidente perché al mondo d'oggi ogni conoscenza sembra interessata, non si fa niente per niente e la fregatura è sempre dietro l'angolo. Insomma ogni rapporto sembra avere un secondo fine, spesso un movente economico. Non ti ho raccontato tutto di me. Molte cose me le sono tenute per me. Non mi piace mai bluffare né scoprire troppo le carte. Non voglio finire per essere troppo vulnerabile. Allo stesso modo non ho espresso tutte le mie opinioni. Alcune cose me le sono tenute per me.  La domanda reciproca che ci siamo fatti è se l'uno poteva capire il vissuto dell'altra e viceversa.  Tutti vogliono fare conoscenza carnale al mondo d'oggi. La società lo esige. Mai come adesso la società impone la fisicità. Una canzone e ancora prima la De Filippi ci dicono che è una questione di chimica. Nessuno di noi aveva invece questa pretesa; c'è una forza opposta e contraria in questa società che fa conoscere le persone virtualmente, online. In noi ha prevalso essa. Quale sarà la risultante tra queste due forze concorrenti e contrapposte nessuno lo sa, nessuno lo può minimamente prevedere. Quando ero giovane ho avuto delle sveltine. Che cosa mi hanno dato? Assolutamente niente. Mi hanno solo appagato sessualmente momentaneamente, ma poi ogni uomo è triste dopo il coito. Poi le avventure e le amiche di una sera lasciano solo un senso di vuoto. Può essere anche divertente cercare nuovi posti dove farlo e cercare nuovi modi di farlo. Ma tutto può finire per essere fine a sé stesso. Certo siamo tutti peccatori e tutti abbiamo le nostre esigenze sessuali. A ogni modo i  cattolici pensano che il sesso sia peccato e altri più libertini pensano che sia un vero peccato non fare sesso. Oggi tutti devono fottere. Bisogna per forza avere una scopamica. Oggi l'amplesso è una necessità. Spesso deve essere filmato e mostrato come un trofeo maschile in un loop infinito. Ammetto sinceramente che non ho nessuna donna disponibile sessualmente.  Poi  non sento più l'esigenza, oserei dire l'ossessione  di cercarmi una donna per fare sesso. Oggi posso accontentarmi di me stesso, pur non essendo impotente. È questione di assennatezza, di ragionevolezza, di non far prevalere su tutto l'impulso di un istante. Più vado avanti e capisco che Pasolini cercava "corpi senz'anima" perché aveva dei limiti psicologici. Forse è più  corretto eticamente e spiritualmente cercare delle anime senza corpi, come del resto Internet ci può aiutare a fare, per quanto anche durante la conoscenza virtuale è coinvolto l'immaginario erotico.  Ma a distanza di tempo sono sicuro che la nostra conoscenza interiore è stata molto più appagante perché non è stata solo una conoscenza un minimo intellettuale ma anche dell'animo altrui. Io ho letto le tue poesie e tu le mie aspiranti tali. Io ti ho messo a conoscenza di buona parte delle mie abitudini,  dei miei affetti familiari, dei miei stati d'animo, dei miei stati mentali. Tu hai fatto altrettanto. Avevamo delle cose in comune. Tu ti eri laureata e specializzata a xxx. Io vi abitavo vicino  e in passato l'avevo frequentata. Abbiamo parlato delle nostre crisi interiori. Mi hai parlato di quella volta che ti volevi buttare di sotto, ma che sei stata salvata in extremis da un tuo amico. Anche se avevi passato quel brutto periodo con le tue sole forze non ho mai condiviso il fatto che non ti vedessi con uno psicoterapeuta. A mio avviso chiedevi troppo a te stessa, anche se non avevi avuto più ricadute. Non so quale sia la mia ragione di essere con certezza assoluta, ma so che probabilmente un senso profondo della nostra conoscenza approfondita c'è stato, c'è, ci sarà. Forse entrambi avevamo un disperato bisogno di essere letti, di ricevere attenzioni, di conoscere ed essere conosciuti, di capire ed essere capiti. Forse il sesso avrebbe rovinato tutto e non sarebbe stato un completamento di niente in un mondo dove è sempre più l'inizio e allo stesso tempo la conditio sine qua non. Alla fine posso dire che è stata un'amicizia breve, bella e disinteressata. Mi ricordo che controllavo spesso la casella elettronica con trepidazione. Ero sempre in attesa di un tuo messaggio. Le tue lettere riempivano un mio vuoto interiore. Non so che cosa sono stato per te. Forse solo un amico che non si è rivelato tale. Forse entrambi chiedevamo troppo a una semplice amicizia online. 

    Con affetto e con stima

    Davide 

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    Io sono un antitoscano e ne sono fiero…

    Invettiva contro i toscani:Io sono un antitoscano e ne sono fiero. Ne sono orgoglioso. Diro di più: mi vergogno di essere toscano. Non è questione di essere snob o ricercati. Assolutamente no! Io sono  contro il pettegolezzo che diventa diffamazione. Io sono contro la presa in giro che diventa offesa. Io sono contro il catto-comunismo-consumismo, anche se fortunatamente annacquato e genetic... Altro...

    Invettiva contro i toscani:

    Io sono un antitoscano e ne sono fiero. Ne sono orgoglioso. Diro di più: mi vergogno di essere toscano. Non è questione di essere snob o ricercati. Assolutamente no! Io sono  contro il pettegolezzo che diventa diffamazione. Io sono contro la presa in giro che diventa offesa. Io sono contro il catto-comunismo-consumismo, anche se fortunatamente annacquato e geneticamente modificato dal centrosinistra. Io sono contro la rozzaggine che diventa rissa. Io sono contro l'accanimento nei confronti di chi è differente. Io sono contro il politicamente corretto imposto dai toscani. Io sono contro il moralismo mischiato all'opportunismo di molti toscani. Io sono contro le donne toscane che pensano di avercela solo loro. Io sono contro le attenzioni, le premure, le moine alle donne   degli uomini toscani sotto cui si nascondono maschilismo e misoginia. Io sono contro voi che pensate di essere furbi.  Io sono contro i toscani che con la pretesa di essere veri, autentici si dimenticano della gentilezza,  del tatto, del rispetto del prossimo. Io sono contro la vostra mentalità secondo cui se uno è educato è gay (anche se voi utilizzate altri epiteti più volgari). Io sono contro voi che inneggiate al sesso e al godersi la vita, mentre invece siete i soliti repressi sessuali. Io sono contro la vostra omofobia, che voi opportunamente nascondete sotto un'apparente tolleranza e falsa apertura mentale. Io sono contro il vostro razzismo al contrario. Io sono contro la vostra tradizione e fede politica. Io sono contro la santificazione di facciata che fate alle vostre donne per poi raccontare a tutti nei minimi dettagli cosa fanno a letto con voi, affermando apparentemente la vostra virilità.  Io sono contro la vostra goliardia, che non è mai ironia fine e nemmeno autoironia. Io sono contro la logica delle clientele che esiste da settant'anni in Toscana. Io sono contro i toscani che con la scusa dell'integrazione sociale totale vanno a braccetto coi mafiosi. Io sono contro le amministrazioni toscane che con la scusa del recupero dei carcerati danno lavori ben pagati e di concetto a ex brigatisti rossi, simpatizzando per loro. Mi fanno schifo anche i piccoli imprenditori toscani spesso ignoranti e conformisti, spesso cerchiobottisti e vigliacchi, che non hanno il coraggio di dire come la pensano o di pensare con la propria testa, attenendosi per quieto vivere ai dogmi del catto-comunismo diventato pseudo-progressismo. Tenetemi pure a distanza. Fatemi morire di solitudine. Non datemi lavoro. Fatemi morire di fame. Ma non sapete sotto sotto l'odio e lo schifo che nutro nei vostri confronti perché voi stessi siete i primi a essere schifati e a odiare chi non è come voi, chi non la pensa come voi. Di certo non mi fa paura la vostra rozzezza che vi porta a essere violenti, a menare le mani. Chi la pensa diversamente in modo politico per voi è da condannare, da emarginare, da esiliare, da irridere, da perseguitare, da esiliare. Il vostro controllo sociale spesso diventa violenza psicosociale. E avete anche la presunzione e l'ardire di ritenersi i migliori italiani, i più solidali, i più umani, i più simpatici! Tutta la mentalità toscana si ritrova nella comicità di Panariello, Pieraccioni, Carlo Conti. Strapapagateli pure e fate la fila ai botteghini per vedere questi grandi ingegni. Di me invece continuate a dire che sono un ritardato mentale. Ma io sono solo perché voglio essere solo. La Toscana è fatta da circa 3 milioni e mezzo di abitanti, il mondo è abitato da quasi 8 miliardi di persone. Non sono solo e di persone che pensano che la mentalità comune toscana sia assurda ne trovo tante, anzi tantissime. Per me la Toscana è sono un'isola (in)felice. E siete così civili che alla minima critica che vi faccio mi chiedete perché non me ne vado. Per diversi motivi sono impossibilitato ad andarmene (motivi anche economici), ma le mie critiche se foste davvero civili, colti e intelligenti, come credete di essere, allora  dovreste accettarle. Di strada ne dovete fare tanta! Pensate di essere nati imparati, di avere la cultura, l'intelligenza nel vostro DNA e invece...bè...lasciamo stare...stendiamo un velo pietoso...

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    Sui neo-heideggeriani

    I neo-heideggeriani mi hanno fatto sempre ridere. La loro presa di posizione è insostenibile,  indifendibile. Non si possono prendere sul serio intellettualmente parlando. Mi fanno ridere quando si propongono come il nuovo che avanza, proprio loro che sono passatisti e tradizionalisti. Ha senz'altro ragione Alfonso Berardinelli quando scrive che pur essendo presenti molti neo-heideggdriani n... Altro...

    I neo-heideggeriani mi hanno fatto sempre ridere. La loro presa di posizione è insostenibile,  indifendibile. Non si possono prendere sul serio intellettualmente parlando. Mi fanno ridere quando si propongono come il nuovo che avanza, proprio loro che sono passatisti e tradizionalisti. Ha senz'altro ragione Alfonso Berardinelli quando scrive che pur essendo presenti molti neo-heideggdriani nelle facoltà umanistiche questi sono tuttavia degli innocui signori, incapaci di fare del male ad alcuno. Non sono un intellettuale, ma basta avere un minimo di buonsenso per accorgersi della vacuità della filosofia di Heidegger. Qualcosa certo può essere valido. Tra tutti i libri scritti e in tutta una vita spesa a pensare qualcosa può essere salvato: la descrizione di ciò che è inautentico nella vita (chiacchiera impersonale, equivoco, curiosità...se non erro), la concezione dell'opera d'arte come messa in opera della verità, il nichilismo inteso come oblio dell'essere, il libro sul nichilismo scritto con Junger, gli scritti su Holderlin. Ma Heidegger è stato un nazista. Il suo discorso del rettorato è ambiguo. il 3 novembre 1933, in occasione del referendum popolare per l’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni – scrisse nel suo Appello agli studenti tedeschi: «Studenti tedeschi! La rivoluzione nazionalsocialista comporta il completo sconvolgimento del nostro Esserci (Dasein) tedesco […]. Che le regole del vostro essere non siano né formule dottrinali né "idee". Il Führer stesso, e lui solo, è la realtà tedesca di oggi, ma è anche la realtà del domani e la sua legge […]. Heil Hitler! Martin Heidegger, Rettore».  Queste parole sono molto eloquenti e inequivocabili. Non le pronunciò da ubriaco in un bar senza avere alcuna autorità  ma come rettore ed era perfettamente lucido, per quanto si possa definire controverso il rapporto di Heidegger con il nazismo. Alcuni neo-heideggeriani cercano di salvarsi in corner sostenendo che la filosofia di Heidegger non è nazista. Precisiamo: la filosofia di Heidegger non è nazista per quello che dice ma per quello che non dice, per quello che omette di dire sul nazismo. È come nascondersi dietro ad un dito.  Heidegger filosoficamente non solo non dice qualcosa contro il nazismo ma non ne parla per niente. Oltre alla sua adesione al nazismo come persona Heidegger è colpevole filosoficamente di non dire nulla sul nazismo, neanche di fare un mea culpa molto tardivo. Per capire cosa è stato il nazismo bisogna leggere il libro della Arendt sulla banalità del male: quel libro vale di più di tutta l'opera omnia di Heidegger, anche se chi studia il nichilismo non può esimersi dallo studiare e citare Heidegger. Con questo non voglio dire che i neo-heideggeriani siano tutti nazisti, ma a mio avviso hanno scelto un cattivo maestro. Essere neo-heideggeriano era una moda negli anni '70. Oggi esserlo significa essere nelle catacombe, essere fuori dal mondo, perdersi per l'appunto in un delirio heideggeriano (intendendo per delirio una interpretazione completamente errata della realtà). Un'altra cosa: per Heidegger le ingiustizie economiche né il sesso esistono. Tutto dipende dall'essere o dal non essere. Non voglio spendere una parola di più perché Heidegger e la sua filosofia si liquidano entrambi in poche parole. Marx e Nietzsche sono responsabili solo indirettamente dei crimini del comunismo russo e del nazismo. Heidegger è stato un vero colpevole, un autentico responsabile morale del nazismo. Heidegger era lì ai tempi del nazismo, era presente. I neo-heideggeriani non hanno mai preso veramente le distanze dal loro maestro. Non so se ciò è accaduto per complicità, per miopia oppure per l'esaltazione causata dalla filosofia heideggeriana. Di certo non si può prendere come modelli, come esempi filosofi come Gentile ed Heidegger, per quanto le loro filosofie siano retrograde, ormai datate. Insomma come i loro seguaci. Questo mondo invita a nuove sfide intellettuali. Filosofie come quelle di Heidegger, Evola, Gentile soffocano giovani intellettuali destrorsi e liberali sul nascere. Essere rimasti a queste dottrine così stantie significa affidarsi a filosofie suicidarie, significa mandare in rovina la cultura occidentale. Invece abbiamo bisogno di riprenderci, forse di ricostruire, forse di rinascere. Bisogna rinnovare la cultura, specie quella di destra come quella liberale. 

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    Sulla comunità letteraria tutta o quasi di sinistra…

    Nella comunità letteraria non si può non essere di sinistra. È un dovere, un obbligo morale, un imperativo categorico, una legge non scritta ma per ognuno sempre vigente. L'imprinting è quello, il background è quello, il contesto culturale pure. La scuola italiana rientra legittimamente a pieno diritto nella cosiddetta fabbrica progressista. I liberali, la destra, i non allineati hanno la col... Altro...

    Nella comunità letteraria non si può non essere di sinistra. È un dovere, un obbligo morale, un imperativo categorico, una legge non scritta ma per ognuno sempre vigente. L'imprinting è quello, il background è quello, il contesto culturale pure. La scuola italiana rientra legittimamente a pieno diritto nella cosiddetta fabbrica progressista. I liberali, la destra, i non allineati hanno la colpa di non opporsi allo status quo. Talvolta penso che abbiano il merito, anche se involontario, di non opporsi, dato che molti di loro addirittura farebbero peggio. Non invoco l'alternanza delle parti, ma almeno letterariamente parlando la comunità poetica dovrebbe sentire voci fuori dal coro e invece vogliono il dominio assoluto, non accettano pareri discordanti. La letteratura è cosa loro. C'è poco da fare. Non è consentito essere contro. Perfino i Berlusconi, come editori, lasciano le cose come sono e al massimo invece di proporre autori liberali o destrorsi validi propongono al pubblico i soliti vip e i soliti personaggi televisivi. I migliori, la crema, il non plus ultra sono di sinistra. Ergo chi sei tu per discostarti, per distinguerti, per non appartenere a questa eletta schiera? Ma questa cosa non si può dire. È il segreto di Pulcinella, ma guai a dirlo! Ti tocca l'ostracismo artistico se lo dici. Già è successo che ti stroncano se togli l'amicizia su Facebook a qualche sedicente critico o presunto maestro di poesia (hai capito l'imparzialità e l'equanimità della critica?), figuriamoci se ti dichiari non di sinistra. Come ho già scritto, io sono un liberale apartitico e non me ne frega niente degli scambi di favori in ambito letterario. Nelle interazioni cerco di essere gentile e cordiale con tutti per garantire rispetto ed educazione. Se poi questo viene equivocato e scambiato come arruffianamento o servilismo che vadano pure a farsi fottere! Se poi uno volesse entrare nelle grazie di questo o quel letterato invece di averci a che fare online, come posso far io, dovrebbe andare a trovarlo di persona a casa oppure dovrebbe andare alla presentazione di un suo libro. Io questo non l'ho mai fatto proprio perché non sono un leccaculo. Poi io non vado a raccomandarmi ai politici per avere un lavoro, figuriamoci se vado ad arrufianarmi a qualche poeta o a qualche critico o presunti tali! Per cosa poi? Per la gloria, visto e considerato che i soldi non entrano nelle tasche di chi si occupa di poesia o di chi la scrive? Io come nella vita reale, ho deciso anche quando scrivo di essere me stesso, di scrivere pane al pane e vino al vino, a costo di essere solo. Lo so bene che le persone leggono i miei scritti, dove esprimo opinioni controcorrente, e possono  dissentire, possono storcere il naso, addirittura possono avercela con me. È un rischio che ho messo in preventivo, che so di correre.  Ma cosa possono farmi? Togliermi un lavoro che non ho? Togliermi amori o amicizie che non ho? Tutt'al più possono criticarmi, ma anche io potrei fare altrettanto. Tutt'al più possono criticarmi, ma le loro critiche non mi tangono per niente; perdipiù la stragrande maggioranza dei loro siti non rispetta fedelmente il gdpr del 2018 e chiunque (anche io) può segnalarli al garante della privacy con la possibilità di venire multati in modo salato. D'altronde non vedo perché loro non rispettino le leggi? Vigliaccamente possono prendersela con me, come se non piovesse già abbastanza sul bagnato. La stragrande maggioranza dei letterati sono forti coi deboli e deboli coi forti. L'apice lo raggiungono quando si schierano politicamente, sempre in cerca come sono di  raccomandarsi a qualcuno o di chiedere piccoli favori. I letterati si spalleggiano l'un l'altro spesso, si danno manforte. La comunità letteraria è costituita soprattutto da quelle che io chiamo cricche, ma che il direttore di un quotidiano, ovvero Travaglio chiama addirittura cosche. Tutto va bene e uno può avere i suoi riconoscimenti se non pesta i piedi a nessuno e si comporta da vero conformista. Io invece dico sempre la mia sul web e sono onorato di non appartenere a nessuna scuola di pensiero o di scrittura, rivendicando la mia indipendenza (è chiaro che ho anche io delle persone che stimo molto). Ma cosa cerca il letterato, il poeta, vero o presunto? La legittimazione culturale, l'essere riconosciuto culturalmente! A me non importa niente di tutto ciò.  Qualcuno può pensare che io sia un frustrato, che sia la storia della volpe e dell'uva, etc etc. Ebbene io non ho voluto mai pubblicare a pagamento né ho mai inviato una mia raccolta di componimenti poetici a una grande casa editrice. Non prendiamoci in giro: è molto difficile pubblicare con una grande casa editrice, ma tutti possono pubblicare con una piccola e infatti la stragrande maggioranza degli autori pubblica a pagamento. Pubblicare non è un traguardo culturale, non è assolutamente il conseguimento di niente spesso, ma nella stragrande maggioranza dei casi è solo il segno che si è messo mani al portafoglio per pubblicare. Non prendiamoci in giro. Anche nei pochi casi di pubblicazione non a pagamento una raccolta poetica non incide sulla realtà.  Come scriveva la bravissima Patrizia Cavalli le mie poesie non cambieranno il mondo. Quindi coloro che si sentono "arrivati" perché hanno pubblicato a mio avviso ripongono ambizioni sbagliate e false speranze. Posso capire che si sentano sicuri del fatto loro gli autori Einaudi, Crocetti o Mondadori, ma la strada per un autore è sempre impervia e difficile. Quello della poesia è un mercato di nicchia che non fa profitti.  Io scrivo come e quando mi va senza timbrare il cartellino. Scrivo per passione, anche se c'è sempre qualcuno che cerca di togliermi la passione e la voglia di scrivere.  Siamo un attimo lucidi e realisti: al mondo non importerà niente dei miei scritti come di quelli del 99,9% degli scriventi. In ogni caso, per dirla alla Montale, lasciamo poco da ardere. Solo quelli che pubblicano con grandi case editrici o sono professori universitari potranno dire la loro ai posteri. Per il resto è più difficile la gloria postuma, sebbene oggi tutti si ricordino di Dino Campana, che in vita era considerato un matto, e di Pessoa, che pubblicò solo su qualche rivista ed era un alcolizzato solitario. Nessuno può quindi sapere come andrà finire. Si sa però in linea di massima come vanno le cose, come si sa chi tiene i fili. In ogni caso è meglio essere sé stessi, a dispetto di tutti e di tutto. È questione di onestà intellettuale e anche di stare bene con sé stessi. Infine, come scrivo e dico sempre, mai snaturarsi! 

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    Non sono di sinistra e nemmeno faccio finta…

    Non sono di sinistra e nemmeno faccio finta.  Non ho alcuna intenzione di snaturarmi. Forse molti dei miei problemi derivano tutti da questo. Forse la mia solitudine dipende anch'essa da questo. Chi dice che non esistano più destra e sinistra può essere in mala fede oppure può dimostrare di avere una falsa coscienza per non dichiararsi, per non schierarsi da una parte o dall'altra. Ma può... Altro...

    Non sono di sinistra e nemmeno faccio finta.  Non ho alcuna intenzione di snaturarmi. Forse molti dei miei problemi derivano tutti da questo. Forse la mia solitudine dipende anch'essa da questo. Chi dice che non esistano più destra e sinistra può essere in mala fede oppure può dimostrare di avere una falsa coscienza per non dichiararsi, per non schierarsi da una parte o dall'altra. Ma può dire anche bene, se intende che destra e sinistra non esistono più, che sono scomparse differenze sostanziali, che però esistono ancora persone che tifano per l'una o per l'altra. Spesso tifare per uno schieramento o per l'altro è solo bisogno di avere un'identità,  di appartenere a un gruppo; talvolta è un semplice pretesto per menare le mani, appena si scaldano un poco gli animi. Forse è troppo qualunquistico dire che tutti i partiti sono uguali e rubano tutti allo stesso modo, ma non mi sembra di uscire fuori dal seminato a dire che si mettono sempre d'accordo, mentre noi cittadini comuni dovremmo odiarci e dividerci per l'appartenenza politica, secondo l'antico divide et impera. Non essere di sinistra in Toscana o almeno non dichiararsi di sinistra significa rinunciare ad amori, amicizie, opportunità lavorative, occasioni di divertimento. Ci sono molti che si dicono di destra, poi votano in modo disgiunto, votano a livello nazionale la destra e a livello locale il centrosinistra, dato che ci sono dei rapporti di amicizia, di interesse, di natura clientelare da coltivare. Per quanto uno possa dichiararsi di destra alcuni elementi della coscienza popolare di sinistra e della cultura regionale di sinistra lo influenzano nettamente. Insomma per dirla alla Pennacchi in Toscana perfino i fascisti sono fasciocomunisti. Allo stesso modo di comunisti duri e puri ne sono rimasti pochi. Sono i più comunisti annacquati. Se va bene sono cattocomunisti, ovvero dei ravanelli, conservano nel loro io più profondo un'anima democristiana e consociativa. C'è chi ci crede (e in questo senso l'appartenenza a un partito è un atto di fede) e fa onestamente la sua parte, ma essere di sinistra significa spesso  far finta di crederci e fingere una parte. La sinistra italiana è così folcloristica, così pittoresca, ma anche così modaiola (nel senso che segue il conformismo dell'anticonformismo), soprattutto a livello giovanile. Ma essere di sinistra significa anche sapersi godere la vita: godersi i soldi, farsi la villa, guidare delle macchine di lusso. E se dici che sono incoerenti, che predicano male e razzolano ancora peggio tu allora sei l'invidioso,  il poveretto, il rosicone! Conosco gente che da adolescente rubava alle Mercedes il "mirino" (la stemma a stella per il cofano) e poi da grande se ne va a giro tutta tronfia in Mercedes: ciò la dice lunga sul finta ribellismo e sull'odio/amore nei confronti di certi status symbol. Non fatevi illusioni: antropologicamente ed eticamente le persone di sinistra sono italiani come tutti gli altri, consumisti e lavativi come tutti gli italiani; il "paese nel Paese" descritto da Pasolini non esiste, bisogna dire le cose come stanno. Ma quando fai qualche critica alcuni si sentono subito parte in causa, si sentono subito offesi e controbattono che uno come me di certo avrebbe fatto certamente peggio, scordandosi che era impossibile fare peggio di quello che hanno fatto loro con il keu. Dichiararsi non di sinistra, non mettere la testa a partito (il partito è il Pd) significa farsi terra bruciata, non perché istituzionalmente vengono presi provvedimenti (da questo punto di vista c'è assoluta civiltà), ma perché i cittadini comuni scelgono di non dare lavoro, di non frequentarti, di non farti favori, etc etc. Non essere di sinistra significa in un certo qual modo scegliere l'ostracismo nel migliore dei casi e nel peggiore la solitudine. Se non sei di sinistra, anche se ti dichiari un liberale apartitico, aspettati i predicozzi e i sermoni dei sinistrorsi. Ti diranno che bisogna saper scegliere la parte giusta, che la destra è becera e va sconfitta, che la sinistra è moralmente e intellettualmente superiore, che tutti gli intellettuali stanno a sinistra, che solo a sinistra c'è la verità e la giustizia. In fondo io lo vedo come c'è la giustizia in Toscana, ovvero quanto e come è giusto e doveroso relegare ai margini della vita sociale e lavorativa chi come me non sta a sinistra. A mio avviso molti fanno finta di essere di sinistra. Ci sono alcuni che ti si avvicinano e ti dicono che ho le mie ragioni,  ma qui in Toscana la tradizione è di sinistra. Altri più onestamente mi dicono che un poco è un peccato il fatto che non sia dei loro. Entrambe queste persone privatamente esprimono delle riserve sul centrosinistra. E poi che vogliono da me? Io sono per il partito del non voto e significa che delego agli altri la scelta di chi mandare al governo. Che cosa vogliono di più? La mia è una scelta legittima, così come totalmente legittime sono le mie critiche a questo andazzo generale. In realtà i partiti politici di sinistra non sono più né carne né pesce a forza di imitare le destre, dato che le masse e gli stessi operai votano a destra e i dirigenti sinistrorsi non potevano lasciare il campo completamente alle destre.  Così facendo politicamente non c'è più alcuna sinistra, ma ci sono due destre: la destra liberista selvaggia, identitaria di Salvini e Meloni, la destra socialdemocratica e apparentemente progressista del PD. La base della sinistra si accontenta, così come gli stessi burocrati dei piccoli partiti comunisti rimasti si accontentano di militanti comunisti che non hanno mai letto Marx. Importante è chiamarsi ancora compagni, anche se la falce e il martello sono scomparsi in nome della modernità.  L'insoddisfazione è reciproca, ma l'importante è salvare le forme, le apparenze. 

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    Sulla mia solitudine…

    Vivo con i miei e con mia sorella. Ho solo un amico di vecchia data, addirittura d'infanzia. Poi il resto è tabula rasa. Mi sono fatto il deserto o mi hanno fatto il deserto? In fondo non tutto viene per nuocere: posso riflettere di più, posso pensare di più, posso smarcarmi dal mainstream. Dipende in parte anche da me che ho preferito evitare persone negative. Insomma meglio solo che male acco... Altro...

    Vivo con i miei e con mia sorella. Ho solo un amico di vecchia data, addirittura d'infanzia. Poi il resto è tabula rasa. Mi sono fatto il deserto o mi hanno fatto il deserto? In fondo non tutto viene per nuocere: posso riflettere di più, posso pensare di più, posso smarcarmi dal mainstream. Dipende in parte anche da me che ho preferito evitare persone negative. Insomma meglio solo che male accompagnato! Inutile a mio avviso vedersi con persone ostili, che ti trattano con indifferenza o a pesci in faccia. Ho rischiato la solitudine. Ora un poco di solitudine la sperimento ogni giorno. La solitudine talvolta è un peso quasi insopportabile da portare. Ho dei piccoli momenti di crisi. Per quanto cerchi di soffocarli anche in me esistono la voglia di socializzare, l'istinto gregario, la stessa paura di rimanere solo, di morire solo. Ma la mia solitudine dipende anche dal fatto che qui in questa cittadina la mentalità è un poco chiusa, che non è facile fare amicizia, che alcune persone a me avverse mi hanno fatto terra bruciata, che la mia mentalità si discosta dalla mentalità comune di questo posto, che su di me hanno messo in giro voci maligne. Insomma una concomitanza di cause, un insieme di fattori hanno contribuito a rendermi un uomo di mezza età, attempato e solo. Poi qui le persone sono un poco diffidenti; si frequentano soprattutto tra ex compagni di scuola, tra ex compagni di squadra del rione, tra appartenenti a comitive adolescenziali. Mi è difficile fare amicizie. Io stesso ho difficoltà a parlare con gli altri, a rompere la mia solitudine. Non mi riesce nemmeno fare amicizia perché bisogna essere estroversi, saper attaccare bottone. Nemmeno mi vengono date grandi occasioni per fare amicizia. Io sono disoccupato a 49 anni, non ho la macchina: allo stesso tempo non vengo preso in considerazione né mi piace presentarmi così. Insomma non sono presentabile. Nessuno mi terrebbe in considerazione. In definitiva la mia solitudine in parte l'ho scelta io, mentre in parte dipende dalle circostanze esterne, ma non so dire in quale percentuale. Il rapporto con le donne è inconsistente, inesistente.  Nemmeno mi considerano.  Non sono affatto piacente; sono attempato. L'aspetto fisico è importante.  Non sono attraente: ecco tutto. Insomma ho fatto il mio tempo, ammesso e non concesso che ci sia stato un tempo per me. Non frequento locali "in". Non bazzico per i locali del centro. Non esco la sera. Passano gli anni. Mi ritroverò vecchio senza aver vissuto la mia maturità,  rimpiangendo gli anni della giovinezza in Veneto. Nessuno qui mi manca di rispetto, ma tutti mi tengono a debita distanza. Mi ritrovo molto nella poesia "Tabaccheria" di Pessoa, anche se il poeta portoghese era un genio immenso e io sono solo un mediocre. Altra differenza tra me e Pessoa è il fatto che non sono esoterico e per me nessun Esteves è "senza metafisica": ogni uomo ha una sua metafisica, una sua religiosità,  una sua spiritualità. Io sono combattuto: a volte sento il bisogno di essere solo e altre volte ho bisogno di essere in mezzo agli altri. Talvolta avrei bisogno di poco: mi basterebbe fare solo due chiacchiere, dire e ascoltare solo due frasi, anche di circostanza.   Oltre a non essere niente non mi sento parte di niente ormai. Non rivendico l'appartenenza a nessun gruppo di persone. Sono legato affettivamente a pochissime persone. Le posso contare con le dita d'una mano. Non appartengo né mi sento di appartenere alla comunità letteraria. Trovo anche che sarebbe una magra soddisfazione appartenervi,  non ci tengo, non mi cambierebbe la vita ormai. Sono poco incline alle soddisfazioni immateriali. Sono diverso dalla stragrande maggioranza dei letterati, dei poeti, delle poetesse, degli aspiranti e sedicenti tali.  Una cosa che mi accomuna a Pessoa è che anche io sono quello della mansarda per alcuni o meglio quello del sottotetto perché vivo lì. È nel sottotetto che leggo, che faccio le mie elucubrazioni,  che sto ore a pensare. Ho traslocato ormai quasi 4 anni fa. Nella zona nuova solo i vicini mi conoscono. Da una parte è bene perché nessuno mi ferma quando cammino. Nella vecchia zona appena uscivo per fare una camminata trovavo persone che mi erano antipatiche. Ognuno ha le sue idiosincrasie. Bisognerebbe trovare le persone giuste come amiche. Come cantava il compianto Stefano Rosso in "Una storia disonesta" dovrei trovare "una ragazza giusta che ci sta". Ma non l'ho mai trovata. Eppure avrei bisogno talvolta del corpo e del calore di una donna.  Sono invecchiato; più vado in là con gli anni e peggio sarà. Il poeta Evtušenko ne "La stazione di Zimà" si immagina che Dio gli parli e che gli dica di amare il genere umano perché è lì che risiede la verità e la felicità di ognuno. Ma io i miei concittadini non li sento come il mio prossimo, non li sento come prossimi e li ricambio con la stessa moneta dell'indifferenza che mi hanno dato loro. Almeno è così per ora. Non voglio far parte in alcun modo della vita cittadina. Forse questa città non mi deve dare niente, ma non vedo perché io debba amare questa città e dare qualcosa a lei. Sono solo e comunque questo non è un dramma della vita. In realtà le persone un minimo assennate non muoiono né per amore né per la sua mancanza. Con queste poche e semplici righe non voglio lagnarmi più di tanto. Se scrivo tutto ciò è solo per dare una piccola testimonianza, anche per essere autenticamente me stesso e trattare delle cose che mi riguardano: in fondo alcuni fanno finta di essere imperturbabili,  si tengono tutto dentro e poi finiscono per autodistruggersi totalmente. So bene che queste righe non sono letterariamente valide (e non me ne importa niente), ma al massimo solo sociologicamente e psicologicamente interessanti. Qualcuno potrebbe ritenere questo scritto uno sfogo. Ebbene tutti abbiamo bisogno di sfogarci! Almeno lo faccio gratis senza bisogno di pagare uno psicologo!  Poi quando uno scrive parla sempre di quello che gli sta a cuore, ovvero  dei propri problemi in modo più o meno diretto. Non facciamo gli ipocriti. Non nascondiamoci dietro a un dito. Qualcuno potrebbe pensare che io sono portato a mettermi nelle strade senza uscita, ma nessuno sa se questa vita è una strada senza uscita o meno. Certamente ci sono problemi ben peggiori. Ci sono vite peggiori da vivere. Ma anche dietro una vita apparentemente senza drammi, senza tragedie come la mia si celano piccole ombre sul cuore, piccole  inquietudini, malinconie, insoddisfazioni. Ma questo non significa che vada in giro a dare noia al prossimo, a elemosinare amicizia e compagnia. Rimango al mio posto. Non sono petulante. Gli altri non si perdono niente perché io non ho niente di speciale, ma molto probabilmente questo vale anche per me, forse neanche io mi perdo niente. Neppure faccio della mia solitudine un perno della mia visione del mondo. Queste righe servono innanzitutto a spiegare un poco me stesso a me stesso.  Ma è solo un intervallo, una pausa. Tra poco continuerò a fare considerazioni generali. Ognuno comunque, piccola o grande, ha la sua croce e la deve portare con un minimo di dignità.  

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    Volersi bene…

    A poco conta ogni "volemose bene" se noi non riusciamo innanzitutto a volerci bene. Ma per volerci bene dovremmo innanzitutto volerci, ovvero desiderare di continuare a stare con noi stessi, mentre alcuni non riescono a sopportarsi. Un proverbio dice che volersi bene non costa nulla. In realtà costa molta fatica. Per volersi bene bisogna accettarsi, accettare anche le parti più sgradite di sé s... Altro...

    A poco conta ogni "volemose bene" se noi non riusciamo innanzitutto a volerci bene. Ma per volerci bene dovremmo innanzitutto volerci, ovvero desiderare di continuare a stare con noi stessi, mentre alcuni non riescono a sopportarsi. Un proverbio dice che volersi bene non costa nulla. In realtà costa molta fatica. Per volersi bene bisogna accettarsi, accettare anche le parti più sgradite di sé stessi e per farlo bisogna instaurare una relazione profonda col proprio sé. Pascal scriveva che molti problemi del mondo nascono dal fatto che i più non riescono a stare da soli nella loro stanza. Quanti dittatori sono stati tali perché perennemente in lotta con sé stessi? Se ognuno risolvesse i propri problemi interiori  l'umanità e il mondo stesso ne trarrebbero un enorme beneficio. Ma spesso molti non riescono a risolverli perché non hanno l'umiltà di riconoscerli, ovvero non sono in grado di fare il primo passo che è quello dell'ascolto e della conoscenza di sé stessi. L'amor proprio è alla base di tutto, la condizione senza la quale non può esserci alcun legame affettivo. Se non vogliamo bene a noi come possiamo voler bene agli altri, come scrisse Erasmo da Rotterdam? Il rischio sarebbe quello di trascinarli nel nostro vortice di autodistruzione. Come scriveva Rimbaud inoltre il primo altro è proprio il nostro io. Volersi bene?  Facile a dirsi e difficile a farsi perché spesso siamo noi stessi i primi  a punirci,  a sabotarci, a infliggerci delle torture. Le giornate spesso sono complicate, ci sono ricordi che fanno male, ci sentiamo inadeguati,  non sempre le cose e le persone ci fanno stare bene, non sempre possiamo sceglierci le cose e le persone che ci fanno stare bene. Talvolta ci facciamo del male e difficilmente riusciamo a porre un limite, un freno. Eppure se non ci vogliamo noi stessi un poco di bene non è assolutamente detto che gli altri ci vengano incontro: è meglio non sperare in un aiuto perché potremmo andare verso il naufragio. Stare bene con noi stessi è anche il riflesso, la diretta conseguenza di come gli altri ci trattano, delle circostanze in cui ci imbattiamo. Ma al contempo stare bene con sé stessi è il prerequisito fondamentale per stare bene con gli altri. Bisognerebbe non essere egoriferiti e però essere egosintonici, ma l'equilibrio interiore è sempre precario, il combattimento interiore dura per tutta la vita, se si ha lucidità e piena coscienza. Noi stessi talvolta siamo i primi ad avvelenare i nostri pozzi; siamo i primi nemici di noi stessi. Esiste lo stress per tutti, ma bisogna cercare di far fronte, di porre un rimedio, di reagire positivamente,  ovvero quello che in psicologia si chiama coping. È difficile trovare una vita talmente lineare senza dolore, anche se c'è chi è più fortunato e chi meno. È vero che ci sono esistenze in cui tutto sembra filare liscio  come l'olio, delle vite totalmente facili da vivere, ma guardiamo l'altra faccia della medaglia: sono persone che non hanno mai avuto modo di riflettere seriamente su sé stessi. Non sapremo mai veramente chi sono i prescelti da Dio, se sono coloro che non hanno mai  avuto difficoltà o viceversa (ammesso e non concesso che esistano degli eletti). Un dubbio incessante sorge in noi a riguardo: perché Dio da alcuni pretende di più e da altri meno? Ma siamo dei piccoli esseri e non possiamo ambire a capire il volere divino. Le crisi e le sofferenze sono prove di Dio per chi è cristiano e più laicamente sono un'occasione per evolverci e per crescere interiormente, anche se tutto ciò è molto arduo da accettare. Non sapremo mai in questa vita se è Dio o la vita stessa a chiamarci a una prova. Ma come cantava Angelo Branduardi in un brano dedicato al poeta Franco Fortini, di cui era stato allievo: "Non è da tutti catturare la vita.  Non disprezzate chi non ce la fa". Talvolta alcuni scogli sono insormontabili, alcuni problemi sono insolubili, alcuni drammi sono insuperabili per noi e ci travalicano. Ci sono problemi della vita talvolta più grandi di noi. È molto difficile essere in pace con sé stessi e col mondo: riesce solo di primo acchito alle persone molto giovani e molto superficiali oppure dopo un lungo travaglio a chi ha fatto un grande lavoro su sé stesso, ma già gli antichi greci ritenevano che la consapevolezza aumenta il dolore. Stare bene con sé stessi significa trattarsi bene, a volte senza pensare troppo. È questo l'unico modo per tirare avanti, per evitare guai, anche se i guai e i drammi sono sempre dietro l'angolo. Mai dire con aria di sufficienza che una persona ha dei problemi, che un tale è un individuo problematico: tutti noi, prima o poi, nel corso della vita abbiamo dei problemi e chi pensa di essere senza problemi è solo momentaneamente fortunato o è totalmente inconsapevole di sé stesso e della sua vita. 

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