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Sulla mia solitudine…

Vivo con i miei e con mia sorella. Ho solo un amico di vecchia data, addirittura d’infanzia. Poi il resto è tabula rasa. Mi sono fatto il deserto o mi hanno fatto il deserto? In fondo non tutto viene per nuocere: posso riflettere di più, posso pensare di più, posso smarcarmi dal mainstream. Dipende in parte anche da me che ho preferito evitare persone negative. Insomma meglio solo che male accompagnato! Inutile a mio avviso vedersi con persone ostili, che ti trattano con indifferenza o a pesci in faccia. Ho rischiato la solitudine. Ora un poco di solitudine la sperimento ogni giorno. La solitudine talvolta è un peso quasi insopportabile da portare. Ho dei piccoli momenti di crisi. Per quanto cerchi di soffocarli anche in me esistono la voglia di socializzare, l’istinto gregario, la stessa paura di rimanere solo, di morire solo. Ma la mia solitudine dipende anche dal fatto che qui in questa cittadina la mentalità è un poco chiusa, che non è facile fare amicizia, che alcune persone a me avverse mi hanno fatto terra bruciata, che la mia mentalità si discosta dalla mentalità comune di questo posto, che su di me hanno messo in giro voci maligne. Insomma una concomitanza di cause, un insieme di fattori hanno contribuito a rendermi un uomo di mezza età, attempato e solo. Poi qui le persone sono un poco diffidenti; si frequentano soprattutto tra ex compagni di scuola, tra ex compagni di squadra del rione, tra appartenenti a comitive adolescenziali. Mi è difficile fare amicizie. Io stesso ho difficoltà a parlare con gli altri, a rompere la mia solitudine. Non mi riesce nemmeno fare amicizia perché bisogna essere estroversi, saper attaccare bottone. Nemmeno mi vengono date grandi occasioni per fare amicizia. Io sono disoccupato a 49 anni, non ho la macchina: allo stesso tempo non vengo preso in considerazione né mi piace presentarmi così. Insomma non sono presentabile. Nessuno mi terrebbe in considerazione. In definitiva la mia solitudine in parte l’ho scelta io, mentre in parte dipende dalle circostanze esterne, ma non so dire in quale percentuale. Il rapporto con le donne è inconsistente, inesistente.  Nemmeno mi considerano.  Non sono affatto piacente; sono attempato. L’aspetto fisico è importante.  Non sono attraente: ecco tutto. Insomma ho fatto il mio tempo, ammesso e non concesso che ci sia stato un tempo per me. Non frequento locali “in”. Non bazzico per i locali del centro. Non esco la sera. Passano gli anni. Mi ritroverò vecchio senza aver vissuto la mia maturità,  rimpiangendo gli anni della giovinezza in Veneto. Nessuno qui mi manca di rispetto, ma tutti mi tengono a debita distanza. Mi ritrovo molto nella poesia “Tabaccheria” di Pessoa, anche se il poeta portoghese era un genio immenso e io sono solo un mediocre. Altra differenza tra me e Pessoa è il fatto che non sono esoterico e per me nessun Esteves è “senza metafisica”: ogni uomo ha una sua metafisica, una sua religiosità,  una sua spiritualità. Io sono combattuto: a volte sento il bisogno di essere solo e altre volte ho bisogno di essere in mezzo agli altri. Talvolta avrei bisogno di poco: mi basterebbe fare solo due chiacchiere, dire e ascoltare solo due frasi, anche di circostanza.   Oltre a non essere niente non mi sento parte di niente ormai. Non rivendico l’appartenenza a nessun gruppo di persone. Sono legato affettivamente a pochissime persone. Le posso contare con le dita d’una mano. Non appartengo né mi sento di appartenere alla comunità letteraria. Trovo anche che sarebbe una magra soddisfazione appartenervi,  non ci tengo, non mi cambierebbe la vita ormai. Sono poco incline alle soddisfazioni immateriali. Sono diverso dalla stragrande maggioranza dei letterati, dei poeti, delle poetesse, degli aspiranti e sedicenti tali.  Una cosa che mi accomuna a Pessoa è che anche io sono quello della mansarda per alcuni o meglio quello del sottotetto perché vivo lì. È nel sottotetto che leggo, che faccio le mie elucubrazioni,  che sto ore a pensare. Ho traslocato ormai quasi 4 anni fa. Nella zona nuova solo i vicini mi conoscono. Da una parte è bene perché nessuno mi ferma quando cammino. Nella vecchia zona appena uscivo per fare una camminata trovavo persone che mi erano antipatiche. Ognuno ha le sue idiosincrasie. Bisognerebbe trovare le persone giuste come amiche. Come cantava il compianto Stefano Rosso in “Una storia disonesta” dovrei trovare “una ragazza giusta che ci sta”. Ma non l’ho mai trovata. Eppure avrei bisogno talvolta del corpo e del calore di una donna.  Sono invecchiato; più vado in là con gli anni e peggio sarà. Il poeta Evtušenko ne “La stazione di Zimà” si immagina che Dio gli parli e che gli dica di amare il genere umano perché è lì che risiede la verità e la felicità di ognuno. Ma io i miei concittadini non li sento come il mio prossimo, non li sento come prossimi e li ricambio con la stessa moneta dell’indifferenza che mi hanno dato loro. Almeno è così per ora. Non voglio far parte in alcun modo della vita cittadina. Forse questa città non mi deve dare niente, ma non vedo perché io debba amare questa città e dare qualcosa a lei. Sono solo e comunque questo non è un dramma della vita. In realtà le persone un minimo assennate non muoiono né per amore né per la sua mancanza. Con queste poche e semplici righe non voglio lagnarmi più di tanto. Se scrivo tutto ciò è solo per dare una piccola testimonianza, anche per essere autenticamente me stesso e trattare delle cose che mi riguardano: in fondo alcuni fanno finta di essere imperturbabili,  si tengono tutto dentro e poi finiscono per autodistruggersi totalmente. So bene che queste righe non sono letterariamente valide (e non me ne importa niente), ma al massimo solo sociologicamente e psicologicamente interessanti. Qualcuno potrebbe ritenere questo scritto uno sfogo. Ebbene tutti abbiamo bisogno di sfogarci! Almeno lo faccio gratis senza bisogno di pagare uno psicologo!  Poi quando uno scrive parla sempre di quello che gli sta a cuore, ovvero  dei propri problemi in modo più o meno diretto. Non facciamo gli ipocriti. Non nascondiamoci dietro a un dito. Qualcuno potrebbe pensare che io sono portato a mettermi nelle strade senza uscita, ma nessuno sa se questa vita è una strada senza uscita o meno. Certamente ci sono problemi ben peggiori. Ci sono vite peggiori da vivere. Ma anche dietro una vita apparentemente senza drammi, senza tragedie come la mia si celano piccole ombre sul cuore, piccole  inquietudini, malinconie, insoddisfazioni. Ma questo non significa che vada in giro a dare noia al prossimo, a elemosinare amicizia e compagnia. Rimango al mio posto. Non sono petulante. Gli altri non si perdono niente perché io non ho niente di speciale, ma molto probabilmente questo vale anche per me, forse neanche io mi perdo niente. Neppure faccio della mia solitudine un perno della mia visione del mondo. Queste righe servono innanzitutto a spiegare un poco me stesso a me stesso.  Ma è solo un intervallo, una pausa. Tra poco continuerò a fare considerazioni generali. Ognuno comunque, piccola o grande, ha la sua croce e la deve portare con un minimo di dignità.  

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