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Brevissima cronistoria politica dei miei anni '90…

Un tempo c’erano Gelli e Craxi a tenere basso Berlusconi.  Anni fa come oggi la gente era indecisa sul da farsi, se scegliere l’uomo o il partito. Era il partito che faceva l’uomo o viceversa? Così nel bel mezzo di un vuoto istituzionale arrivò l’uomo nuovo. Alcuni dissero che aveva cambiato il linguaggio politico, prima oscuro e fatto di convergenze parallele. Alcuni dissero che Segni avrebbe portato alla disfatta i moderati perché non era carismatico e non aveva capacità comunicativa. Alcuni dissero che senza di lui molti imprenditori si sarebbero trasferiti in Svizzera. Da una parte i liberali che volevano difendere il merito, vero o presunto. La sinistra invece voleva le stesse opportunità per tutti e combatteva il privilegio. Lui, il self made man e dall’altra parte i comunisti. Sembravano non esserci altri modi di essere. Da una parte i suoi avvocati, dall’altra i giudici in un’interminabile lotta. Si discusse molto di par condicio e di conflitto di interessi. La Lega prendeva il Nord. Bossi e i suoi giannizzeri blateravano, inveivano. Il senatur parlò di 300000 bergamaschi pronti alle armi e tutti i giornalisti a dare credito alle fandonie di qualsiasi mattacchione che alzasse un poco la voce. Ricordo anche quei prodi che svettarono sul campanile di San Marco e qualcuno li chiamò patrioti. Ricordo che alcuni carabinieri mettevano nella lista nera i leghisti.  Berlusconi sdoganò anche Fini, che aveva buone maniere, era brillante ( salvo poi anni affossarlo nel fango mediatico). C’erano ancora troppi comunisti che si fingevavano riformisti. C’erano ancora troppi fascisti che fingevano di essere liberali. In realtà pochi riformisti tra i tanti dell’ultima ora avevano letto Keynes. In realtà pochi liberali tra i tanti dell’ultima ora avevano letto Popper. In realtà il partito socialista ed il vero partito liberale erano finiti con Tangentopoli. Ma cosa c’è da prendere dalla cronaca di quei giorni? Qual è la morale della favola? Forse non c’era alcuna morale. Ricordo andai a vedere un comizio di D’Alema a Padova. Mi colpì il fatto che rideva delle sue battute, che a me facevano poco ridere. Ricordo qualche tempo dopo andai a vedere un comizio di un onorevole leghista, che alla fine disse che c’era poca gente a vederlo perché a Pontedera eravamo tutti terroni. A Padova sentivo i comizi degli autonomi. Ho ancora negli orecchi poi le loro voci che parlavano al megafono. Mi rimbombavano allora nella mente. Ma talvolta la rabbia esplodeva, non veniva mitigata da niente. Mi ricordo le lotte, le risse tra quelli del Pedro e quelli del Gramigna. I liberali e la destra improvvisavano,  navigavano a vista; il centrosinistra non se la passava meglio. Da una parte i progressisti potevano contare sulla tradizione, sul territorio, sull’atteggiamento fideistico dei propri elettori. Dall’altro lato c’era l’egemonia mediatica. Ma tra l’egemonia culturale della sinistra e quella mediatica della destra ebbe la meglio la seconda, al punto che per alcuni esegeti l’egemonia mediatica era ormai diventata egemonia culturale. Alla base di tutto regnava l’improvvisazione. Le scuole di partito non esistevano più, nemmeno la gavetta. Astri nascenti e geni si avvicendavano e duravano quanto comete. I liberali avevano scarsa cultura umanistica e poco senso delle istituzioni. I progressisti invece erano tutti umanisti, ma con poche nozioni di economia. Non penso di essere cerchiobottista ad affermare questo, ma sono solo un minimo obiettivo. La televisione come la politica erano sempre più urlate, tutto procedeva a colpi di insulti e di querele.  Gli intellettuali italiani servivano due padroni. A livello culturale e partitico erano legati alla sinistra, ma poi facevano ospitate nelle reti Mediaset e si facevano pubblicare dalla Mondadori.  Tenevano i piedi in due scarpe, fingendo che ciò fosse usuale, normale, insomma una cosa da nulla. Poi su tutto prevaleva, al di là delle battaglie di facciata, il solito compromesso all’italiana, come i litiganti di un talk show, che, spenti i riflettori, andavano tutti insieme a cena fuori. Io allora ero solo un ragazzo, in via di formazione, che raccoglieva gli stimoli culturali, sociali, politici da tutte le parti. Praticamente ero onnivoro.  Cercavo tra molte incertezze un’autonomia di pensiero, non sapendo che in Italia era difficile sia l’autonomia che il pensiero; figuriamoci la coesistenza di entrambe queste cose. Ma se partecipavo al movimento studentesco era solo per stare con la mia generazione o almeno con quella parte che sembrava fare una ricerca autentica di sé stessa, della verità.  Mi dissero di scegliere. Mi dissero che bisognava scegliere da che parte stare. Io trovavo difetti in ognuno e in ogni parte. Mi dissero che in ogni modo mi sarei sporcato, che dovevo scegliere non i più onesti ma i meno corrotti. Mi dissero taluni che avrei fatto carriera in un partito di padani essendo un terrone, ma declinai subito l’invito. E poi a me della politica cosa importava? Non c’era assolutamente bisogno del mio apporto infinitesimale, del mio contributo minimo. Con il senno del poi qualcuno mi potrebbe dire: “dovevi avventurarti.  Dovevi cogliere l’occasione. Opportunità come quelle non si presenteranno piu”. Io scelsi di non scegliere e ogni parte mi incolpò come vigliacco, pusillanime. Mi dissero di pensarci bene. Poi nuovi eventi e nuovi giovani li distolsero da me. Mi accorsi solo dopo anni che i partiti in mancanza di veri talenti cercavano di pescare qualsiasi giovane per poi indottrinarlo, servirsene, scaricarlo appena diventava inutile.  Fu anche per i suddetti motivi oltre che per il destino  che mi ritrovai solo.

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