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Cronache dal Covid…

Al mondo d’oggi è meglio non essere profondi perché chi è tale manifesta i suoi abissi e indovina quelli altrui. Al mondo d’oggi essere profondi provoca guai ma anche essere scambiati come tali. Se qualche donna (o qualche uomo) dopo aver visto il vostro bel viso e intravisto il vostro fisico vi scrive che si è innamorata/o di voi perché siete così profondi non credetele/gli minimamente. Oggi il 90% si ferma alla superficie e il restante 10% va oltre ma solo dopo aver constatato che il proprio partner o la propria partner ha una bella “superficie”. Oggi l’aspetto fisico è fondamentale: intendiamoci è sempre stato il primo step, ma oggi è il primo ostacolo, uno dei più grandi scogli insieme a quello finale dell’affinità sesuale. La piacevolezza estetica è sempre stata fondamentale per l’attrazione sessuale e poi per un buon rapporto di coppia, ma oggi è addirittura un requisito indispensabile, una conditio sine qua non. E poi dire di una persona che è profonda non costa niente, è un contentino non comune e non è neanche impegnativo (nessuno pensa che l’interlocutore o l’interlocutrice siano attratti sessualmente se dichiarano ciò, anche perché essere profondi non attrae al giorno d’oggi). Se qualcuno comunque vi dice che siete fighi perché siete così profondi a ragione pensate che il vero motivo è un altro e ricordatevi di Leopardi che era basso, gobbo, non piaceva a nessuna e le nobildonne gli preferivano il suo “amico” belloccio Ranieri. Se qualcuno vi dice che siete profondi chiedetegli quanto siete profondi, da cosa deduce la vostra profondità, insomma fategli il terzo grado e fioccheranno i “non so”, “mi sembrava”, “cioè, volevo dire”. Qualcuno vi farà notare che ora sono finiti i tempi in cui per cuccare bisognava essere impegnati politicamente e intellettualmente e tesserà le lodi di questa civiltà dell’immagine, come a farvi intendere che un tempo era tutto più facile e oggi le donne sono più difficili. In realtà era tutto diverso prima e non necessariamente più semplice. C’è da dire inoltre che per molte persone essere profondi è quasi sinonimo di essere problematici o persone con seri problemi e quindi in ogni caso da evitare. Chi ricerca la profondità spesso è solo, indipendentemente dal fatto di essere bello o meno. Non sono i tempi giusti per la profondità. Non sono l’introspezione, la riflessione, la spiritualità le caratteristiche richieste a questo mondo. Tutti pensano di essere profondi nel loro intimo e vorrebbero essere presi per la loro profondità, ma sono comunque richieste inesaudibili. Se qualcuno vi dice che l’animo è insondabile voi ricordategli che anche la superficie di questa realtà per quanto finita è illimitata per la mente umana e cercate di guardare accuratamente nel vostro io più profondo e in quello altrui. La scrittura è un ottimo modo per farlo. 

Il fatto di avere follower o like sui social vuol dire e non vuol dire. Per l’esattezza tutto ciò certifica il grado di consenso nella propria bolla di filtraggio. Per l’esattezza noi siamo un’infinitesima parte del tutto e questo vale anche per la nostra bolla. Insomma siamo “inezie cosmiche” (cit.). Il consenso uno nel web può trovarlo nei modi più disparati. Sui social le pornostar hanno centinaia di migliaia di follower a differenza di medici che salvano vite (e lo scrivo senza alcun moralismo, ma è la constatazione di ciò che va per la maggiore). Se uno è un criminale o un pedofilo può andare nel dark web e avere centinaia o migliaia di seguaci. Quindi nessuno si deve montare la testa. Tutti cercano le cause del successo o dell’insuccesso e adducono come motivo la validità, l’empatia, la sensibilità, la capacità comunicativa. Ma si potrebbe rovesciare completamente la prospettiva perché si potrebbe pensare che chi ha insuccesso non è adeguatamente compreso, è controcorrente, sa vedere più lontano e dove gli altri non guardano, non accetta compromessi, non è arrivista o qualunquista, etc etc. 

Mio padre mi ha detto: “scendi giù” e me lo ha detto in modo autorevole. Ho capito dal tono della voce che si trattava di qualcosa d’urgente. Mia madre ha fatto il tampone antigenico ed è risultata positiva. Sono venute più linee rosse. Fino a quel momento stava bene, ma piangeva e si era messa subito la mascherina. Ci siamo detti tutti che era un casino. Sapevamo che un’amica di famiglia con cui si era incontrata era risultata positiva. Ci aveva telefonato. Mia madre aveva fatto il tampone alcuni giorni fa ed era risultata negativa. Mia madre e l’amica avevano parlato per dieci minuti alla giusta distanza all’aperto, ma le precauzioni non sono servite. Per quasi tre quarti d’ora abbiamo portato buona parte delle cose di mia madre in camera mia, nel sottotetto. È la zona più isolata della casa. C’è anche il bagno. Abbiamo dovuto collegare la televisione e fare la sintonizzazione automatica, dato che io non la uso mai: è lì per figura, me l’hanno comprata ma non mi è mai servita, anzi davanti allo schermo sulla scrivania ho messo dei libri. Ho sgomberato la scrivania. Abbiamo portato i panni e tutto l’indispensabile. Io ho portato su la roba di mia madre, insomma tutto l’occorrente, e poi ho portato giù la mia roba, i miei panni. Ci siamo fatti il tampone anche io e mio padre e siamo risultati negativi. Ha telefonato il tappezziere che doveva venire a vedere un divano per ripararlo. Mio padre gli ha detto come stanno le cose e ha rimandato l’appuntamento. La notte io ho dormito poco perché ero preoccupato. Qualche ora comunque ho dormito. Sono andato a dormire con mio padre. Abbiamo lasciato la porta aperta. Mia madre ha dormito una o due ore perché stava male. Sono ststo in ascolto. Il silenzio notturno della casa era rotto dai suoi colpi di tosse. Mi metto a dormire sul divano. Qualche volta, sentendo che è ancora sveglia, le chiedo come sta. Io giù e lei su, parliamo, senza paura di svegliare mio padre. Questa mattina presto ha mal di testa. Le sente il petto. Ha la tosse. Questa mattina telefona alla dottoressa e gli elenca i sintomi, spiegando la situazione. La dottoressa, sempre gentile come al solito, le dice che ha dei problemi e potrebbero sorgere delle complicazioni. Le dice che il livello di saturazione non deve essere sotto 94%. Deve anche prendere un antibiotico. Deve comunicare la sua condizione sierologica e fare il molecolare a Fornacette. La dottoressa pensa anche che molto probabilmente prenderemo tutti il Covid. Mia madre dopo aver usato il telefono con i guanti lo igienizza. Mio padre ci dice: “speriamo di non finire in ospedale”. Nel cosiddetto grande disegno dell’universo la salute di mia madre è un fatto inessenziale. Come la sorte di tutti del resto. 

Mia madre? Condizioni stazionarie. Io passo il pomeriggio sul divano. Mia sorella in camera sua. Mio padre in camera sua. Mia madre ora sta isolata in camera mia. Il resto della famiglia sta bene e non ha alcun sintomo. Non ho niente da fare e penso. Poi ogni tanto vado alla finestra e guardo fuori. Accade ogni mezza ora. Ogni volta una scena diversa e inconsueta là fuori. Guardo chi va a fare la spesa o chi ritorna a casa dopo essere stato alla Coop, ma anche coloro che si danno appuntamento e si ritrovano lì nel parcheggio. In minima parte sento un senso di esclusione dalla vita, almeno quella sociale, e d’altro canto mi sento un osservatore partecipante. Per il principio di indeterminazione anche io modifico in modo infinitesimale alle scene là fuori e quindi partecipo. Anche guardare fuori dalla finestra è heideggerianamente un modo di essere nel mondo. Ma un tempo non lo sapevo e giudicavo male chi lo faceva. Ebbro di giovinezza, pensavo che fossero beghine che non si facevano gli affari propri, sbirciando tutto il giorno magari dalle tapparelle abbassate. 

Io e Lele ci conosciamo da bambini. Per me ora è importante sentirlo per telefono. Non ci vediamo da quasi due anni perché c’era il Covid ed era un caos. Abbiamo promesso di vederci. Lele ha avuto tre disgrazie in famiglia. Ha perso un poco lo spirito dei giorni migliori, ma non si fa abbattere. Una volta un amico gli disse che ci vorrebbe un Lele per ogni persona: solare, estroverso, simpatico, sempre pronto alla battuta, insomma di compagnia. Mi dice al telefono che dovrei scrivere cose più brevi e non le mie solite cazzate che durano otto km perché lui è sempre impegnato sul lavoro e non ha un minimo di tempo. Poi mentre non lo vede nessuno, mentre ha un momento di tempo libero “dà sfogo alla sua turpe voglia” e legge tutti gli aforismi di Gio Evan. Ma chi se ne frega? È un mio carissimo amico. È il mio migliore amico con cui sono uscito tantissime volte, sempre pronto a rincuorarmi, a rallegrarmi con il suo ottimismo. E in fondo me lo tengo stretto Lele. Io lo chiamo. Lui è impegnato sul lavoro. Appena ha un attimo di tregua mi chiama lui, parliamo del più e del meno, siamo sospesi sempre tra il serio e il faceto, cercando sempre di sdrammatizzare. E poi avere un amico a cui raccontarsi è sempre cosa buona e giusta. Insomma ci vorrebbe un Lele per ogni persona. Aveva proprio ragione quel tale che lo ha detto. 

Andiamo alla farmacia di Fornacette a fare il tampone. Prima se lo fa mio padre. Io aspetto in macchina, ascoltando la radio. Sta bene. Non ha sintomi mio padre. Neanche io. Viene, apre lo sportello e mi dice che è positivo. Vado anche io a farmi il tampone e risulto negativo. Le dottoresse sono gentili. Le saluto. Torniamo a casa e dobbiamo fare un ulteriore trasloco. Mia madre che si era trasferita in camera mia può tornare in camera matrimoniale. Dobbiamo anche disinfettare tutto. Abbiamo l’amuchina e l’alcol. Tutto sembra filare liscio fino a un quarto alle otto. Ho già apparecchiato. Di solito metto io i medicinali in tavola, quelli di tutta la famiglia. Ma con l’emergenza hanno voluto prenderli i miei genitori e metterli nel loro armadio. Così si accorgono che manca una confezione di pasticche della pressione. La farmacia chiude tra poco. Mi vesto subito, mi metto le scarpe, prendo i soldi e faccio delle corse a perdifiato, intervallate da delle camminate a passo svelto. La farmacia è ancora aperta. Entro dentro che sono in un bagno di sudore. Non dico che sia una questione di vita o di morte, ma mio padre potrebbe sentirsi male. A onor del vero viene considerato un farmaco salvavita. Mi danno il medicinale e ringrazio di cuore perché non avevo la ricetta. Sulla via del ritorno questa volta cammino e mi vengono alla mente alcune immagini, da qualche tempo ricorrenti: Valentina Nappi, Lele, il nightclub di Lunata, mio padre, mia madre. Tutto mischiato assieme nella mente in un grande calderone. Ho deciso che non è il periodo, anche se i miei genitori guariranno, di avere incontri ravvicinati: non è una questione morale, è invece una questione di morale e io in questo momento particolare il morale non ce l’ho. Passa una tipa che un tempo ci aveva provato con me, ma ci prova con tutti. Neanche me ne curo, neanche la guardo. La intravedo un attimo, tempo di vedere che è lei e poi distolgo lo sguardo. In un attimo i nostri sguardi si incrociano e lei mi invia un cipiglio. Arrivo a casa. Hanno tutti mangiato. Mi cambio. Mi metto in pigiama. Mi mangio due tramezzini e scopro che mio padre e mia madre avevano scommesso: per mia madre ce l’avrei fatta a prendere il medicinale perché mi sarei messo a correre, mentre mio padre non aveva questa fiducia. Per entrare in cucina mi metto guanti e mascherina. Facciamo sempre a turni per mangiare: quando i negativi e quando i positivi. Poi apriamo la finestra perché la stanza deve essere areata. Ho mangiato. Sono ancora tutto sudato. Mi lavo. Ritorno giù per chiudere tutto. Io so dove mettere le mani. Mi occupo di chiavi e chiavistelli. Poi mi ritiro nella mia stanza. Non è stata una bella giornata, ma anche questa è finita.

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