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La zattera

Emmanuel Carrère, in Vite che non sono la mia, parla della morte, raccontando due fatti che lo avevano coinvolto in prima persona: la morte nello Sri Lanka, dopo uno tsunami, di una bambina di quattro anni, figlia di una coppia di amici, e la morte della giovane cognata di trentatré anni per un tumore al seno con metastasi polmonari.

Carrère descrive il cambiamento che avviene in lui. Non esprime giudizi ma si pone domande e le pone agli altri. In tal modo mostra di voler rintracciare un significato di quegli avvenimenti, cercandolo però dentro sé stesso. Sennonché questo sé stesso è già cambiato più volte, come Carrère ammette, e può continuare a cambiare; e cambiando potrebbero cambiare anche i significati. È come essere naufrago e zattera nello stesso tempo.

È possibile – ci domandiamo – parlare della morte cercandone il senso fuori di noi, in qualcosa che non sia soggetto ai cambiamenti del transeunte?

È possibile trovare una zattera vera alla quale aggrapparci?

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