Underworld

Perché Don DeLillo ha scritto Underworld?

Per cercare la risposta ad alcune domande: Che cosa è accaduto agli Usa e quindi alla civiltà occidentale nella seconda metà del Ventesimo secolo? Perché la convivenza civile è diventata sempre più cupa e diffidente, ossessionata dal complottismo? Perché l’Occidente è diventato la culla del sospetto e della dietrologia?

Ogni storia ha un inizio. Underworld, essendo una storia americana, inizia col baseball e precisamente col fuoricampo di Bobby Thomson sul lancio di Ralph Branca, il 3 ottobre del 1953. Giocavano i Giants contro i Dodgers. I Giants, con quel fuoricampo, quell’anno hanno vinto il campionato.

La nostra società è basata sulla guerra e le guerre si fanno per vincerle.

Guai ai vinti.

La società del capitale e dei consumi è costruita dai vincitori.

A De Lillo però interessano molto di più i perdenti. Gli interessa Ralph Branca più di Bobby Thomson. Tutti i personaggi della sua storia sono perdenti, anche contro le apparenze.        

Volendo scrivere di sospetti e di complottismo negli Usa, tra i personaggi deve necessariamente esserci John Edgar Hoover, il capo dell’FBI. Se c’è lui, bisogna parlare anche del famoso ballo in Bianco e Nero dato a metà degli anni Sessanta da Truman Capote al Plaza Hotel di New York. A quel ballo, Hoover ha partecipato insieme a tutto il mondo che conta. I vincitori cioè. Gli apparenti vincitori.        

I temi si affollano, sovrapponendosi.

Il primo esperimento atomico sovietico e la paura della guerra nucleare.

La necessità di un nemico.

La guerra fredda.

La crisi di Cuba.

La guerra del Vietnam.

I laboratori militari segreti nel deserto e gli esperimenti sulle armi nucleari.

L’implosione dell’URSS.

La violenza nelle strade della città.

Lo sradicamento imposto dalla civiltà dei consumi.

L’incapacità di prendere decisioni responsabili (Lui non era tagliato per questo tipo di lavoro. Voleva lasciarlo ma non voleva essere lui a decidere. Voleva che Janet decidesse al suo posto. Ma Janet non l’aveva fatto. Avrebbe voluto che lei si sentisse responsabile e colpevole per averlo indotto a cambiare lavoro. Gli avrebbe dato un bel vantaggio negli anni a venire).

 Il Bronx.

 Cosa nostra.

 Il serial killer.

 Il razzismo.

 Il teppismo giovanile.

 La costruzione delle torri gemelle.

 Il bombardamento quotidiano, dentro le case, della televisione e la ripetizione ossessiva di video (come il film di Zapruder sull’omicidio di Kennedy).

         La pubblicità pervasiva basata sempre più sulle immagini (C’è una sola verità: chiunque controlli i tuoi globi oculari governa il mondo).

L’etica dei due pesi e delle due misure: il marito può tradire la moglie ma la moglie non deve tradire il marito, soprattutto se il tradimento ne intacchi l’immagine pubblica.

         I legami familiari ridotti a etichette formali.

         La mancanza del padre.

         Le notti trascorse vagando da un bar all’altro.

         L’alcol.

         L’eroina.

         La musica jazz.

         I Rolling Stones.

         La satira corrodente del cabarettista Lenny Bruce, tossicomane perseguitato, nemico dell’ipocrisia, che si scaccola il naso in pubblico.

         L’incapacità di comunicare.

         I gesuiti.

         La fede ridotta a rigide regole ossessive. La caricatura della fede che permea un cuore di corvo, piccolo e indurito (Quello era il creato, là fuori, piccole mele verdi e malattie infettive).

         Il deserto.

         Le inquietudini dell’arte.

L’installazione che consiste nel dipingere duecentotrenta carcasse di aerei.

I disegnatori di graffiti sui treni della metropolitana.

         Gli intellettuali di New York, le gallerie e il mercato.

         L’esplosione del kitsch.

         La virtualità.

         La distanza tra la realtà e le favole.

La confessione dell’artista: Non ti pare che la tua vita abbia preso una piega irreale a un certo punto?

La confessione del manager: Mi conformavo al tessuto della conoscenza accumulata, mi fidavo del solido e vantaggioso materiale della nostra esperienza.

         L’aborto clandestino in Messico. L’intuizione di un crimine, avvertita ma lasciata scivolare via: E provasti uno strano dolore confuso, seduto in quella stanza, una tristezza adombrata dalla distanza. E cercasti di pensare a te stesso nel mezzo della vita non vissuta di quel bambino che stavano uccidendo nella stanza accanto.

         La giovinezza che viene silenziosamente sostituita dalla vecchiaia.

Il personaggio principale? Un manager di successo nel settore del trattamento della spazzatura. Un uomo molto attento all’uso delle creme per la protezione dal sole ma incapace di capire la gravità delle ferite inferte alla moglie.

Il tema di fondo? La società dei consumi che alla fine si riduce a essere la società della spazzatura, dei rifiuti tossici e delle scorie nucleari. Le città crescono nella spazzatura. La civiltà non è fiorita tra uomini che scolpivano scene di caccia su portali di bronzo e parlavano di filosofia sotto le stelle, mentre l’immondizia non era che un fetido derivato, spazzato via e dimenticato. No, era stata la spazzatura a svilupparsi per prima, spingendo la gente a costruire una civiltà per reazione, per autodifesa. La spazzatura ci aveva costretti a sviluppare la logica e il rigore che avrebbero condotto all’analisi sistematica della realtà, alla scienza, all’arte, alla musica e alla matematica.

Leggendo le pagine del libro ci si domanda: «Dov’è finita la realtà?». È proprio questo il problema della fine del secolo che Don DeLillo ha voluto affrontare in Underworld. Dov’è finita la realtà?

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