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Le quattro categorie

Il mondo si divide in quattro categorie: quelli che rompono le palle, quelli che si rompono le palle, quelli a cui rompono le palle e quelli che rompono le palle perché gli rompono le palle.

Almeno una volta nella vita, tutti noi facciamo parte di queste categorie e anzi, molto spesso, saltiamo da una all’altra quasi senza rendercene conto. Questo è sempre stato il mio pensiero su come andassero le cose nel mondo e niente poteva farmi cambiare idea.

Esisteva però anche una quinta categoria, quella di cui speravo di far parte, quella che conteneva solo pochi eletti in confronto all’enorme numero di persone che popolavano le prime quattro: la categoria delle persone che non rompono le palle. M’impegnavo quotidianamente per non essere un rompipalle ma, in numerose situazioni, questo mio sforzo risultava vano e allora finivo per rompermi le palle, rientrando così a pieno titolo nella seconda categoria.

Per dirla tutta, finivo di frequente anche nella terza categoria. E già, la non facile condizione di non rompipalle espone alle vessazioni e ai soprusi di grandissimi rompipalle i quali, profondamente innamorati della loro categoria, fanno di tutto per rimanervi attaccati. Un membro della prima categoria ha bisogno che il resto delle persone si accorga della sua esistenza perché si nutre di quello e vive per quello, se passa inosservato, viene a mancare la legittimazione del suo essere rompipalle da parte di chi non lo è. Da lì, l’escalation è un attimo. Ti rompono le palle, ti rompi le palle perché ti rompono le palle, rompi le palle perché ti rompono le palle, diventi un rompipalle. Preciso, pulito, neanche te ne accorgi. Una volta innescato il processo, c’è ben poco da fare, la strada è tracciata e non si torna indietro. Lo senti, lo percepisci che le cose stanno cambiando, in giro le facce hanno sguardi diversi, la pizza è meno saporita, i tuoi amici fanno cagare, inizi a vedere cessa anche Ornella Muti. Sì, proprio lei, Francesca Romana, quella che da brufoloso adolescente osservavi davanti al letto prima di addormentarti. Come dicono nei film americani, ci sei dentro fino al collo, stai a galla in un mare di rottura di palle che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, in un rigurgito di leopardiana memoria che in quanto a rottura di coglioni non è secondo a nessuno.

Perché in quei casi viene in mente Leopardi e non Montale, perché? No dico, in confronto, se proprio è inevitabile rompersi le palle, molto meglio meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto.

 Vuoi mettere Giacomo con Eugenio? Leopardi, una vita di merda a Recanati, brutto, gobbo, malato, muore a 39 anni che sembra ne abbia il doppio. Montale, belìn, nasce a Genova ed è certamente sampdoriano, con quella faccia da nonno buono, senatore a vita, premio Nobel per la letteratura nel 1975, come fai a non amarlo.

La sfida poetica, determinata dalle incrostazioni del liceo classico, aveva un terzo incomodo, l’inventore di neologismi più famoso d’Italia, il Vate Gabriele D’annunzio. Le simpatie verso il poeta pescarese erano dovute non tanto al fatto che fosse fascio, cioè l’estremo opposto alle mie idee politiche, quanto alla creazione dell’acronimo Saiwa, il marchio dei miei fedeli biscotti della colazione e alle lodi tessute verso il Nepente, Cannonau rosso rubino dal gusto intenso, ottimo per le carni alla brace.

C’era poi quel verso finale, quello che conclude “La pioggia nel pineto

«Piove su le nostre mani

Ignude,

Su i nostri vestimenti

Leggeri,

Su i freschi pensieri

Che l’anima schiude

Novella,

Su la favola bella 

Che ieri 

M’illuse, che oggi t’illude, 

O Ermione»

 

I vestimenti leggeri ricordavano “quella sua maglietta fina tanto stretta al punto che m’immaginavo tutto”. Fina e non Fila, come per anni aveva pensato e cantato. Lì, descritta in una sintesi folgorante, c’era la fotografia della mia storia con Giulia, una favola bella che mi aveva illuso e che ancora continuava a illudermi con rabbia.

A pensarci bene, che cavolo c’entra tutto questo con le cinque categorie del mondo? C’entra e pure parecchio. Durante la nostra breve storia, avevo scritto numerose poesie, parola grossa, io le chiamavo “stronzate” e a Giulia erano piaciute, la facevano sentire importante, amata, viva. Avevo trascritto le migliori in un quaderno intitolato “Storie dell’allegra tristezza” e un giorno, con le mani tremolanti, trovai il coraggio di regalarglielo.

La sua preferita era “Il tempo senza tempo

«Mentre la risacca accarezzava la spiaggia

La tua testa si poggiò sulle mie ginocchia

Vidi allora come mai prima

L’immenso del tuo sguardo

Trapassarmi i sensi in un solo momento

Il tempo diventò senza tempo

E tutto il resto intorno

Scomparve»

La nostra relazione non durò molto. Senza rendermene conto, mi trasformai in un rompipalle seriale e un bel giorno Giulia, satura di tutto, mi mandò a fanculo. Troppi punti di attrito in un rapporto costellato da silenzi che cercavo di forzare nei modi meno opportuni, gli unici che allora conoscevo, gli unici che avrei dovuto evitare. Ma il sentimento no, quello era enorme, totale, entrambi eravamo l’uno per l’altro la metà mancante, perché noi non c’eravamo conosciuti, c’eravamo riconosciuti.

A distanza di quasi cinque anni, le nostre vite navigavano senza bussola. Giulia entrava e usciva da storie senza presente e futuro con un bisogno d’attenzione e d’amore mai soddisfatto appieno, io mi trascinavo dentro un rapporto sgualcito fatto di arrivi e partenze. Volevamo trovare la felicità consapevoli che stavamo facendo di tutto per allontanarci da essa.

Quella sera di giugno, dopo l’ennesimo litigio fatto di accuse e scuse senza ritorno, decisi di evadere da una gabbia sempre più stretta e soffocante. A costo di sanguinare, dovevo rimediare agli sbagli di una vita. Chiamai Giulia per un appuntamento e lei accettò senza che io dovessi insistere.

Ci sono strade che conducono alla salvezza o alla perdizione o, più banalmente, strade che avvicinano e altre che allontanano. Quelle che mi conducevano verso il palazzo di Giulia erano senza tempo, immutabili nel loro fluire di emozioni mai sopite. Bruciando un rosso e due stop, fui capace di compiere un’impresa: arrivare in orario all’appuntamento, io che ero il re dei “cinque minuti”.

Giunto davanti al suo portone, citofonai due volte, come sempre. Giulia scese in un attimo, vestita con dei jeans chiari e una camicia in seta bordeaux, senza trucco e una massa di ricci indomabili.

Quando fu di fronte a me, fece partire una sonora cinquina che si stampò sulla mia faccia, aggiungendo al gesto: «Sei stato uno stronzo!». Poi mi baciò, stringendomi con passione. Dopo anni passati a ricostruire certezze distruggendo ricordi, potevo di nuovo sentire il respiro di Giulia, il suo profumo, accarezzarla.

«E con Marco come farai?», le chiesi esterrefatto e anche piuttosto indolenzito. Le dita di Giulia erano lunghe e affusolate, ottime per il basket e per creare un evidente rossore.

«Che si fotta!» replicò Giulia e mentre pronunciava quelle parole, un sorriso da fossette e denti le illuminò il viso.

Da grandi rotture scaturiscono grandi rinascite. Il problema è che nessuno sa quando è arrivato il momento giusto per rompere e soprattutto quando ci sarà la rinascita. Tutto è avvolto dal caso, da circostanze inattese che mutano il corso della vita e portano a prendere decisioni impensabili e assolutamente vitali per la sopravvivenza.

Entrambi alla ricerca di un imprevisto per colmare il vuoto che ci soffocava, quella sera, poi diventata notte, avevamo provato un’emozione quasi dimenticata: la sensazione di sentirsi vivi.

In poco più di un anno, ci siamo sposati e poi, è nata Eleonora. Da quando il Covid se l’è portata via senza nemmeno un saluto, vivo nella seconda categoria, quelli che si rompono le palle e non ho alcuna voglia di cambiarla.

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