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DONNA NUDA

RECENSIONE A DONNA NUDA MAURO PAOLO PIETRO MONTACCHIESI

ANNAMARIA VEZIO

DONNA NUDA

ILRE È NUDO

Il titolo del libro di Annamaria Vezio, Donna Nuda, rievoca, in qualche modo, Il re è nudo, una famosa esclamazione di un bambino nella fiaba ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’ di Hans Christian Andersen, pubblicata nel 1837. La frase del bambino, tralasciando latrama della fiaba, è divenuta allegoria di linguaggio diffuso, per denunciare una situazione che i più fanno finta di non percepire. Cosa c’entra con Annamaria Vezio? L’autrice, verosimilmente, sta vivendo, stando al suo testo, una transizione esistenziale che riflette lo spiccato senso metaforico e morale dell’apologo anderseniano. Perché? Perché per la massa non risulta fondamentale essere depositaria d’idee o visioni soggettive, bensì essere omologata al sistema in cui vive. Chi rema controcorrente è, invero, considerato uno fuori dal mondo, invece che un prode valoroso. Soltanto il bambino parla, in virtù della sua innocenza, ancora incontaminato dalle ambiguità degli adulti. Applicato in psicologia, questo manicheismo riguarda un aspetto di noi tutti, chi più, chi meno. La condizione dell’Io Bambino, lo stato mero ed elementare del soggetto, è la sfera delle emozioni, è quel nostro aspetto che interpreta la coscienza, fino a quel momento limpida e laica da induzioni ab extra e dalle cattiverie della vita. Lo stato dell’Io Adulto risulta, per contro, la sfera della logica, quel nostro segmento che si è conformato alle gerarchie, al potere vigente, che camaleonticamente si trasforma per essere comunque accettato, gratificato. Un Io che fa scelte faziose, indipendentemente dalla coscienza. Staccarsi dalla massa significa essere arditi e consci della realtà che, se si derogano i canoni sociali di comunità, si deve, poi, far fronte alla resilienza della società stessa, che cercherà di emarginare l’individuo dissidente, non ortodosso. Optare per un’estetica, per una filosofia di vita incontaminata, comporta degli effetti collaterali, ma la mente libera rende liberi. Il passe-partout ermeneutico del testo può essere individuato nel sostantivo “silenzio” che troviamo, ripetuto, ad aperturam libri:

C’è un silenzio

intorno a me

dentro me

Un silenzio

che è abbraccio

di note

Di conosciute vite in sinfonie di cieli.

ILSILENZIO

Il silenzio permette una rivisitazione interiore che magnifica la propria coscienza, fino ad approdare a condizioni di consapevolezza-conoscenza a livelli sublimi. Annamaria, nel quotidiano, è una donna che, per certi versi, conduce una duplice esistenza interiore. La prima è quella di cittadina, di madre di famiglia, inglobata totalmente nelle dinamiche della vita sociale, per partecipare onestamente all’evoluzione dell’umana società. La seconda è quella di monade universale, di donna viaggiatrice nei plessi di sé stessa. Ciò implica l’istanza di armonizzare la cospicua attività di affinamento della propria roccia interiore con la vita laica. Dunque, in che modo apprestare la mente, l’animo, onde cesellare la propria coscienza? In che modo ottenere quel vigore etico che consenta di antagonizzare le avversità? Approdando al Silenzio. Annamaria potrebbe autodefinirsi “iniziata”. Il termine “iniziazione” deriva dal polisemantico latino “initium”, che vuol dire inizio, nascita, consacrazione, etc. Il vocabolo, quindi, semanticamente riconduce a una rinascita, la quale spalanca, per l’individuo, un diverso, inusitato universo esistenziale, verso la sua perfezione. Pregiudiziale, nondimeno, è una deflegmazione genotipale del pregresso; un nuovo palinsesto su cui imprimere la vera conoscenza. Un nuovo stato di coscienza, un silenzio indotto necessario per indagare il vuoto circostante. Un vuoto “creativo”, inderogabile per l’intelligenza, per la disamina della nuova realtà in cui l’individuo (Annamaria) è proiettato. Il Silenzio, necessario per entrare in tangenza con l’Io più profondo. Esclusivamente il Silenzio permette di sentire quel suono incomparabile, quel velato rumore di fondo che altra cosa non è se non il fremito, l’oscillazione del proprio sé. Il Silenzio elicita alla speculazione sulla personale condizione interiore; esso permette di delineare la concentrazione su quanto, soffocato dal clamore di una antecedente, ignara esistenza, era stato omesso. I clamori che hanno preceduto il silenzio, sono gli impeti emotivi, le difficoltà incontrate, che hanno devastato la vita. Annamaria è pronta per un successivo, nuovo punto di vista.

2003:OLTREPASSARE LA LINEA

Si, oltrepassare la linea, tra passato e futuro. Già dagli inizi della civiltà, l’accesso agli spazi sacri seguiva immediatamente due colonne. Archetipicamente esse simboleggiano i punti opposti di una linea da oltrepassare, verso l’ignoto, verso la fratellanza universale, verso l’ultraterreno. Stando a Platone, Atlantide era situata oltre le Colonne d’Ercole, di fatto nel regno dell’Ignoto. La cultura rinascimentale narra che le colonne portavano l’avviso “Nec plus ultra” (nulla oltre), che diffidava i naviganti dall’andare oltre. Allegoricamente, navigare otre le Colonne d’Ercole, significa lasciare dietro di sé le negatività del materialismo, verso un’illuminazione superiore. All’inizio di questo capitolo, Annamaria recita:

Con le mani nude, sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante, ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino …

Quella luce mi rapì, inondò il mio essere …

E andai verso la mia vita al mare.

Molto eloquente questo incipit. Annamaria è uscita dalla pozza ristretta, dall’acqua stagnate dell’Io e si appresta a varcare, a oltrepassare la linea che demarca, che divide il passato dal futuro. Oltre la linea c’è il futuro, la sua vita al mare, spazio sconfinato di fratellanza universale dove il vecchio IO, diventa il nuovo NOI.

2004:CI GUARDAMMO, IO E IL MARE

Straordinario questo capitolo. Molto sinteticamente, nell’incipit Annamaria recita:

… Non era la Morte la mia ricerca, piuttosto conoscerla.

Scoprii che non volevo morire, ma solo superare la Morte, capirla, conoscerla, salutarla.

La Morte, come il Mare, è parte del mio essere, siamo nello stesso tessuto di esistenza.

Lui voleva curarmi e io mi lasciai curare.

La Morte altro non è se non il rovesciamento della realtà individuale, germinata dalla differenziazione dell’indifferenziato, per accedere a una realtà più vasta. È un momento di caos totale che postula, che impone uno stop, più o meno lungo, più o meno doloroso, prima di riprendere il cammino, un nuovo cammino. La Morte è dischiudersi a un’inusitata realtà, coscienti che qualcosa è finito, che è inderogabile molto coraggio, che è necessario scegliere un nuovo approccio esistenziale, verso la rinascita, verso la perfezione. Il mare è il simbolo dell’inconscio per eccellenza. È con il mare,con le sue intemperie che il destino impone, che l’Io soggettivo si deve confrontare. Il mare è simbolo di nascita. Immergersi nel mare è simbolo di rinascita. Morte e Mare. Morte e Rinascita. Il Mare, secondo Jung, un simbolo di trasformazione. 

ANNAMARIA

Questo straordinario testo, intriso di psicologia, non può non riflettere la psicologia dell’Autrice. Annamaria è sui generis, nutre un grande pathos per l’Arte e per la Natura. All’apparenza è dolce, ma in realtà ha una personalità di grande charme, forte, ipersensibile e, a causa di ciò, un po’, plasticamente volubile. È dotata di grande fantasia ed è una sognatrice; ciò si ripercuote sulle sue attività artistiche. È molto empatica, in grado di leggere nella mente e nel cuore degli altri, di cui si fa carico sia dei dolori sia delle speranze. È sempre dalla parte dei più deboli e sempre pronta ad appoggiare le cause più nobili. Questo libro è strutturato come una personale rapsodia. Rapsodia sia per il carattere da res gestae, ovvero il carattere epico degli eventi personali, sia per la giustapposizione di più frammenti, come lei stessa recita in quarta di copertina: “E’ una collezione di frammenti di vita …”. L’afflato poietico di questa personale rapsodia scaturisce dalle vicende “di una donna in carriera che dall’oggi al domani si ritrova orfana della vita …”. Fino a quel momento, verosimilmente, la donna in carriera non aveva considerato che doveva fare i conti con l’altro sé, che doveva relazionare le proprie antitesi, ponendovisi al centro, che doveva imparare a gestire i propri conflitti. Da quanto letto, la trasformazione è in fieri e la presa di coscienza c’è stata, il che lascia presagire felici sviluppi. Un libro sicuramente da non perdere, da leggere e rileggere parola per parola. Una sorta di vademecum chissà per quante donne che hanno vissuto, che vivono condizioni analoghe. Mais vraiment chapeau, Ma Chère Amie Annamaria.

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