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Raul

Raul


Venezia, un carnevale di molti anni fa.  Ci ero andato con degli amici. Ricordo a tratti, alcuni flash. Ricordo le maschere gotiche e l’atmosfera tetra, queste figure di fantasmi vestiti pedanti, sotto i portici, sullo sfondo della laguna. Poi tra la calli e i canali, io e i miei amici d’infanzia,  di cui non parlerò per punizione, la loro, del fatto che non scrivono niente ne’ di loro ne’ di nient’altro…eppure ne avrebbero da raccontare. Anche a voce, potrebbero farlo. Scrittura verbale. Niente. Vogliono dimenticare. Ma noi eravamo sempre noi sia quando stavamo sotto allo schiaffo del soldato sia quando abbiamo fatto carriera e tutti ci leccano il culo…destinati ad una fulgida ascesa ed a morire soli.

La mattina conosciamo Raul, un peruviano. Riempie t-shirt bianche con fantasie di colori a tempera e le vende. El pueblo unido jamas sera vencido, gli canto. Lui in uno spagnolo rudimentale mi spiega. E’ contro il potere ma odia le masse perché alla fine sono sempre violente. E portano al potere nuovi dei che si comporteranno come gli altri. Io gli dissi,  lascia che sia io uno di quei dei, dopo ne parliamo. Uccideresti per conservare il potere e prenderesti la mia amicizia. Sono anarchico da allora. Da quando conobbi Raul e indossai una delle sue magliette.

Di sera ciascuno di noi cerco’ di fidanzarsi per quel giorno. Anche io. Baciai a lungo una toscana con  gli occhiali ben in carne. Ci baciammo tutta la notte, in mezzo alle maschere  gotiche di Venezia. Al termine ci mettemmo il ghiaccio di un Martini sulle labbra. L’incandescenza delle labbra suppli’ al non poter far altro, perché non ero Jack Kerouac e soprattutto non eravamo al carnevale di Rio e faceva piuttosto freddo e il marmo per giacere a fare quello che non facemmo era cimiteriale. Al massimo avrei potuto intervistare un vampiro. Ma non era lei.

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