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Perché vado sempre al solito bar?

Sono in macchina con mio padre. Andiamo piano con la sua utilitaria datata. La vorrebbe cambiare, ma le concessionarie fanno attendere troppo e poi finché la macchina va lasciala andare! Per ora ha dato davvero pochi problemi. Abbiamo sempre speso poco per la manutenzione. Le strade sono quasi  deserte oggi che è Pasqua. I cretini sono sempre in giro. Anche stamani c’è chi va di fretta. Ma dove corre? Sono le 8 di mattina ed è festa. Quali impegni improrogabili ha? Posso capire oggi solo se è un chirurgo chiamato per un’urgenza.  C’è uno con il Suv che sorpassa in linea continua su un dosso. Mio padre sfanala e protesta. Gli dico sempre di non inveire, di non fare gestacci perché in giro ci sono troppi delinquenti pronti a menare le mani e a dare in escandescenze. Poi se ci scappa il morto accade che si prendono una piccola pena per omicidio preterentenzionale, subito dopo sono fuori dalle patrie galere e trovano subito qualche cooperativa pronta a dare loro lavoro. Così vanno le cose. Capisco il recupero dei tossicodipendenti e degli ex carcerati, ma il lavoro agli altri? Dimenticavo che qui bisogna mettere la testa a partito e qui in Toscana so bene di quale partito. Io comunque continuo a essere per il partito del non voto e me ne frego. Ma è inutile lamentarsi. L’andazzo è questo, anche perché se fai un minimo di critica qui ti zittiscono tracotanti che qui si è sempre fatto così, che qui comandano loro, che da altre parti fanno peggio e che se non ti vanno bene come stanno le cose qui allora devi andare a vivere da un’altra parte. Cerchiamo una pasticceria a San Sisto, vicino a Riglione, perché mio padre vuole comprare una schiacciata di Pasqua. Prima ci fermiamo a metà strada in un bar. Mi fanno un cappuccino con troppa schiuma e poco latte. Molto probabilmente il barista è andato in tilt perché oggi ha troppi clienti da servire. Mio padre esce dal bar e commenta che nessuno comprerà quelle colombe ben in vista al modico prezzo di 34 euro sia perché c’è la crisi sia perché si trovano prodotti buoni anche nei supermercati. Rimugino tra me e me. Penso un poco. Sono un flâneur di provincia (di solito da Baudelaire in poi, passando per Benjamin e finendo per Maurizio Cucchi si intende di metropoli), anzi a onor del vero sono un  flâneur di quartiere. Vado a zonzo nel mio rione in mancanza di meglio, ovvero di un’occupazione. Ieri pomeriggio sono andato al bar solito. Sono ormai un cliente abituale. Avevo saputo che cercavano un/una barista. Ho chiesto informazioni a riguardo, ho saputo che vogliono persone con un minimo di esperienza e io non ho la benché minima esperienza come barista, anche se ho lavorato per alcuni anni come commerciante. Ho anche io le mie esperienze ma in altri settori. Niente di che. Niente di fatto. Anzi l’unico fatto assodato è che, come si dice in Toscana, sono nel dolore per quanto riguarda il lavoro. Alla mia età ormai sono tagliato fuori da tutto e da tutti. E non ho nessuno che mi raccomanda!  Ma cambio argomento. Sono stato nella mia giovinezza un poco viveur  e ora sono blasè, sono indifferente e quasi sazio di mondanità.  Addirittura oggi rifuggo i luoghi, i locali troppo affollati. Non mi piace la ressa, la calca. Non mi piace nemmeno l’affollamento. Quel bar che frequento abitualmente è il locale che mi si addice di più. C’è sempre qualcuno ma non è mai troppo pieno. Sono anche déraciné, non perché sia andato a vivere all’estero, non perché mi senta uno straniero in patria, ma perché sento che l’Italia è un Paese senza redini, senza capo né coda, ormai in preda ai banditi. Sono spaesato, smarrito prima di tutto a livello esistenziale. Non appartengo a niente, a nessuna comunità.  Non appartengo nemmeno a me stesso. Sono estraneo anche a me stesso. Ma tutto questo non è un dramma né una tragedia; è solo un mancato senso di appartenenza,  che non genera in me crisi esistenziali né crisi di identità. Sono troppo vecchio per entrare in crisi, salvo casi eccezionali.  Ho i miei genitori e mia sorella. Ho un mio amico con cui mi sento spesso per telefono. Mio padre mi chiede dove tira il vento. Rimaniamo così un attimo interdetti a osservare gli alberi. Poi gli dico di guardare la strada e di non distrarsi troppo mentre guida. Abbiamo trovato la pasticceria. Ha comprato la schiacciata. Oggi è Pasqua, verranno a trovarci i parenti che vediamo solo per le festività. Io non vedo l’ora di pranzare e poi prendere il solito caffè al bar. Diciamo che come barista non ho la minima esperienza ma come avventore mi conoscono e poi quel bar è l’unico della zona che è aperto tutti i giorni dalle 7 a mezzanotte. Io lo frequento il giorno. È un modo per fare una camminata, osservare e guardare attorno. Gli altri bar, quelli dell’ospedale, sono frequentati da gente di passaggio, da infermieri, impiegati, medici, dirigenti amministrativi. Nel bar che frequento io c’è l’umanità più varia; lo frequentano persone di tutte le età e di tutte le nazionalità. È un angolo di mondo in questo quartiere. Diciamocelo in tutta onestà: gli altri bar sono più da fighetti, vogliono essere per la gente bene e rispettabile. In molti   bar della cittadina  se ti fai una birra seduto ai tavolini non sei visto bene, anzi ti considerano male perché rovini la reputazione del locale. Allora molti sarebbero più coerenti se mettessero un’insegnante con la scritta: “non si somministra alcolici”. Al bar dove vado io se ti fai una birra nessuno ti guarda in cagnesco, ma se uno va troppo su di giri allora la barista lo ferma e non gli dà più da bere: magari quando è ubriaco la manderà al diavolo ma da sobrio, una volta ritornato in sé, la ringrazierà in cuor suo. Il bar dove vado è anche il bar più economico del quartiere. È anche il bar dove c’è maggiore convivialità perché lì una barista parla volentieri con tutti i tipi di clienti, anche quelli occasionali o che vengono di rado. A volte mi ci metto a fare due chiacchiere anche io. Ho bisogno di tanto in tanto di sentirmi chiedere “come va?” dalla barista tra prendermi il caffè e pagare il conto e mi accorgo che non è convenienza sociale o una formula di cortesia stereotipata:  semplicemente sanno trattare i clienti con umanità. 

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Raul