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Al bar per Pasqua…

I parenti non sono ancora arrivati. Ho finito di mangiare. Mi sono già steso sul letto e ho fatto la mia pennichella. La mia controra è già trascorsa. Decido di vestirmi per andare a prendere un caffè al bar. Prendo un euro perché là costa solo un euro. Di solito c’è sempre qualcuno che cammina, che va o che viene sui due lati della strada principale,  che faccio sempre. Invece oggi è festa. Rimango fino all’ultimo incerto e penso che forse anche il bar è chiuso. Intravedo che il ristorante accanto è chiuso. Ma poi vedo un uomo che entra nel locale. Affretto il passo. Mi metto la mascherina. Apro la porta. Saluto la barista. Ci rifacciamo gli auguri. Prepara il caffè.  Mi chiede se ho pranzato in famiglia. Le dico che ho mangiato troppo e che ho mangiato anche due fette di pastiera. Anche lei mi dice che ha mangiato troppo. Poi si mette a parlare con tre avventori di mezza età.  Dice loro che si è divertita con le amiche e ha riso molto la sera prima. Io non parlo con lei per conquistarla: è molto più giovane di me e io non ho più gli ormoni a mille; piuttosto parlo con lei perché mi sento a mio agio. Ma mi va bene anche sentire una conversazione altrui in sottofondo: anche questo è un modo per sentirmi meno solo. Probabilmente a lei non interessa niente di me, forse è così quasi sicuramente, ma ormai per lei conversare con i clienti è una abitudine, una prassi consolidata. Forse è una deformazione professionale, forse anche un modo per sapere i fatti altrui. Ma ha una funzione sociale definita la barista perché oggi ci sono tre avventori tra i 55 anni e i 65 anni molto probabilmente soli, senza compagne e senza più genitori, che durante le feste sentono ancora di più la solitudine, sentono la morsa della solitudine che stringe l’animo e lei sta conversando amabilmente,  li sta intrattenendo, mentre loro bevono una birra o qualcosa di alcolico, seduti ai tavolini. Io ho preso il caffè. Lei fa del bene. Rompe la solitudine delle persone. Picchetto un poco un dito sul bancone. Resto perplesso sul da farsi. Pago il conto. Dico che vado. Auguro buona serata. In fondo sono fortunato. Ho la mia famiglia a casa che mi aspetta. Al ritorno mi imbatto in un ubriaco che parla a voce alta e traballa, barcolla, poi continua imperterrito ondulato un poco. Lui è meno fortunato di me. Probabilmente è più solo. Ritorno a casa e i parenti non sono ancora arrivati. Ma noi li aspetteremo come aspetteremo Godot fino alla fine della serata. 

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