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Tra vicissitudini, battute e canzoni…

Mi telefona un mio carissimo amico: il mio miglior amico. Faccio appena in tempo a prendere la telefonata. Vado nel sottotetto. Chiudo la porta. Mi sistemo sul letto. Appoggio il cuscino tra la mia testa e il muro. Accendo la luce soffusa più piccola. Parliamo. Mi dice che, anche se il dolore condiviso con gli altri si dimezza e la gioia condivisa con gli altri si moltiplica, lui certe volte non ce la fa a parlare delle sue vicissitudini con gli altri. Gli dico che è naturale sentirsi bloccato a volte, ma gli uomini di fronte a un comune evento ansiogeno si mettono a parlare anche tra sconosciuti. Gli dico che non si può ricercare l’empatia totale, ma bisogna accontentarsi di un’empatia minima, che questa è già abbastanza. Gli cito De André quando in una sua canzone aveva scritto “il dolore degli altri è dolore a metà”. Purtroppo è così. Lui mi dice che non c’era bisogno di De André. Io gli cito Vasco Rossi: “quando ho il mal di stomaco con chi potrei condividerlo?”. Allora ride e mi dice che Vasco Rossi va benissimo. Rimaniamo d’accordo che uno di questi giorni andiamo a camminare sull’argine. Lui ha le sue vicissitudini. Gli dico che certe cose per capirle veramente bisogna provarle e io non avendole provate mi posso solo limitare a immaginarle. Io posso solo sforzarmi di capire, facendo leva sulla mia umanità. Ma in fondo abbiamo un’empatia minima noi umani data dai neuroni specchio: bisogna confidare un poco in quella, anche se nel mondo sembra prevalere l’egoismo, la violenza e la vanagloria. Mi dice che non va nemmeno più la mattina al bar abituale a fare colazione. Invece deve andare a fare quattro chiacchiere, deve uscire dai soliti pensieri, distrarsi un poco. Lo chiamano effetto cuscinetto psicologi, counselor, psicoterapeuti: sfogarsi con un’altra persona fa sempre bene. Certo bisogna trovare chi cerca di ascoltare, di capire. Bisogna trovare qualcuno che ci prende a cuore. Il mio amico ha i soliti guai. È sempre impegnato; mi dice che non ha un momento tutto suo; mi dice che è sempre occupato. Mi dice che quando arriva la sera a casa ha la meglio la malinconia, che poi si tramuta in dolore esistenziale. 

Parliamo del “Capitale” di Marx, di “Essere e tempo” di Heidegger,  dei “Saggi” di Montaigne.  Penso che Marx è molto datato dal punto di vista economico.  Ai suoi tempi per generare plusvalore e poi profitto i capitalisti aumentavano le ore lavorative oppure intensificavano l’attività lavorativa in modo che gli operai produccesero più pezzi in un giorno per esempio.  Oggi per generare profitto ci sono nuove modalità tramite il marketing e l’ingegneria gestionale. Penso a tutto il settore di studi della neuroeconomia e del neuromarketing, che stanno a dimostrare l’importanza dello studio della psicologia del consumatore. Per non parlare del fatto che oggi a tratti l’economia finanziaria ha la meglio sull’economia produttiva. Penso che Heidegger fa un’analisi accuratissima del rapporto tra essere ed esistenza, ma come scriveva Kierkegaard l’esistenza è impredicabile e lo stesso vale per l’essere, aggiungo io. Ma non lo dico. Lui mi dice che preferisce tra i tre Montaigne o almeno lo incuriosisce di più. Penso che Montaigne è stato un profondo conoscitore di sé stesso, uno scopritore delle subpersonalità e il padre del relativismo culturale. Parliamo del più e del meno.

Mi chiede di me. Allora io gli dico come va. Vorrei dirgli che sono come Marco di “Anna e Marco”, ma non ho al mio fianco una Anna. Gli vorrei dire che qui sono come Marco: “poca vita, sempre quella”. Ma so bene che mi prenderebbe in giro per tutte queste citazioni canzonettistiche. Parliamo ognuno dei nostri problemi. Lui dice che ha sempre qualche cattiva novità in questi ultimi tempi. Qui non c’è da stare allegri. Abbiamo vissuto momenti migliori. Gli dico che non bisogna lasciarsi sopraffare dai pensieri deprimenti, che vanno valutati nel giusto modo, che uno che ha avuto cento donne ed è stato rifiutato dieci volte quando è depresso si ricorda solo delle dieci donne che non ci sono state. Il suo problema principale finora è stato che ha vissuto di rimpianti, pensa di non aver goduto sufficientemente la giovinezza, che è diventato padre troppo presto, che gli sono mancate alcune cose, che ha dovuto responsabilizzarsi troppo presto. Ma ora ha vissuto dei drammi. È lacerato dal dolore. Deve ancora riprendersi. Gli dico che non ha alcuna colpa, che tutto è arrivato inaspettato, all’improvviso. I miei problemi principali sono la solitudine e riuscire a vivere adeguatamente il presente, a non buttarlo via. Ma questi nostri problemi non li risolveremo mai. Penso che se piovesse la canzone più rappresentativa di questo periodo sarebbe “Purple rain”, ma non piove e nessuno di noi ora può percepire la fine del mondo nella pioggia. Poi facciamo un sacco di battute. Ci sganasciamo dalle risate. Ma ridiamo per non piangere. Ora è in vena. Sento che ogni tanto mentre è al telefono con me trova qualcuno. È al supermercato. A un certo punto sovrasta la nostra conversazione un annuncio all’altoparlante. Lo ascolto che paga alla cassa. Lui conosce tutti. Conosce anche tutte le cassiere. Montaigne rispondeva alla domanda “perché siamo amici?” in questo modo: “perché io sono io e lui è lui”. Mai abbiamo litigato in quaranta anni di amicizia. Mi ricorda molto “Canzone per Piero” di Guccini. Ci sono delle analogie. Ma ora basta con le canzoni. Però forse la cosa che ci accomuna di più è che abbiamo sempre scopato poco entrambi: io ho avuto quattro avventure da poco, lui solo sua moglie.

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Il criceto

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