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quarantadue

Il freddo mi pungeva l’interno delle narici. Mi sfregai il naso con violenza, facevo sempre così per far andare via il gelo. Una ragazzina snob mi guardò con sdegno. Bambinetta del cazzo, le feci un versaccio dei miei, e quella scappò. Mi incamminai compiaciuto, stavolta la parte del maiale mi era venuto proprio bene. Era uno di quei versacci che avrebbero fatto ridere Ingrid. Sono convinto che buona parte dei suoi clienti siano tali per la sua quinta di reggiseno e nient’altro. A dire il vero neanche a me dispiace. Rimuginando e facendo pensieri sporchi sulla cameriera del Crown ero già di ritorno al mio appartamento.
«casa dolce casa!» mi venne da ridere. Che posto di merda.
«neanche stavolta hai pulito le zone comuni! Non so più come dirtelo Edward, dobbiamo collaborare. Collaborare!» mi aggredì così Francis senza neanche farmi vomitare una parola. Ma cosa credeva quel perfettino? Che se avessi sistemato tutta casa sarebbe diventata una reggia? Avremmo fatto una vita da principi? Il sangue mi arrivò alla testa e sbraitai
«da dove esce questo caratterino? Torna lavare i piatti da brava mogliettina» risi e mi chiusi in camera.
«reagisci sempre così! Quando ti mettono di fronte qualcosa che ti fa paura ti incazzi, e sfoghi tutto sugli altri. Sei un frustrato Edward!» strillò Francis battendo i pugni contro la porta marcia. Non ci badai. Si sarebbe calmato dopo una mezz’oretta come suo solito. Nel frattempo, mi sarei fumato una cicca, la trentanovesima del giorno. Non perché le contassi, tutt’altro, le fumavo senza badarci, mi aiutavano a smaltire lo stress. Ma sapevo che quella era la trentanovesima sigaretta perché ne avanzava solo una nel pacchetto.
«devo uscire a comprare le sigarette» dichiarai a voce piena. Come fosse un fatto di stato. Francis mi guardò con gli occhi languidi, e portò le braccia conserte a snodarsi, e ad appoggiare una mano sul fianco e l’altra con l’indice puntato verso di me e mi ammonì dicendo
«ma quante ne hai fumate oggi? Ti verrà qualcosa un giorno, smettila una volta per tutte!» era tornato il Francis premuroso di sempre. La rabbia mi sbollì in un attimo. Gli poggiai la mano sulla spalla e sussurra nel suo orecchio
«con questa sono quaranta, e fatti gli affaracci tuoi» sbattei la porta e uscii
«tanto lo so che ti fa piacere che qualcuno si preoccupi per te sotto sotto!»
Non ci badai. Quello stronzo credeva di conoscermi come le sue tasche. Peccato che le mie tasche sono da sempre state bucate. Altrimenti come mi sarei ridotto a vivere in quell’appartamento con lui? Dovrei essere stato matto da legare. Compra la mia stecca. Quella con la scritta verde al lato, come al solito, le più economiche. “Il fumo è un vizio non un lusso” dissi a me stesso come se fossi un estraneo a parlare con un io interiore. Camminavo lungo la solita stradina che puzzava di piscio, sembrava tutto normale, ma tra l’alternarsi di luce e ombra dei vecchi lampioni della strada, pusher, maniaci, e forse anche venditori di organi umani, notai una luce accecante, rossa. Bingo. Erano due anni che non ci entravo. Una donna uscì dal locale, aveva tacco a spillo su cui camminava male, una borsa rossa e rossetto sbavato, le feci un fischio e le urlai che era proprio una donna d’alto borgo. Ma sotto sotto mi fece tenerezza. Mi ricordava la mia ex moglie. Ricordo quando mi lasciò. Eravamo in cucina a lanciarci piatti, lei afferrò quello dalle venature dorate, forse la cosa più lussuosa che possedevano e me lo scagliò contro. Mi accusò di essere un fallito che giocava tutto a poker, “fossi almeno stato bravo” mi ripeteva. Ma io ero bravo, ero fottutamente bravo. E glielo avrei dimostrato, il sangue mi arrivò ancora alla testa. Il bingo sotto casa era un chiaro segno del destino che potevo avere la mia rivincita nella vita. Non che ci credessi, al destino dico. Siamo tutti delle merde, chi più chi meno. A qualcuno tocca la vita da signore, ad altri una vita di merda, letteralmente. Ma restiamo sterco, tutti noi umani. Tutto è causale, tutto è inutile. Il cuore mi batteva a mille, forse avrei potuto cambiare la mia vita in meglio. Entrai nel locale.

Uscì dopo quattro ore piene. Avevo perso anche quei pochi dollari che avevo portato con me. Porto sempre tutti i miei soldi quando esco, sono più al sicuro con me che in casa. “Che posto di merda” dissi al mio vecchio io ubriacone. Trascinai le scarpe scollate fino a casa, aprii la porta, e Francis non c’era. Quel bastardo non era mai uscito di casa. Mai in due anni. Possibile che se ne fosse andato proprio adesso? Ora che avevo bisogno di una spalla su cui piangere. Ma cosa dovevo aspettarmi? Francis non era mio amico, anche se lui si considerava tale. Lo cercai per l’intero appartamento di quaranta metri quadri. Niente, si era dileguato. Ma tutte le sue cose erano lì. Che incosciente. Ora erano mie. Andai in camera sua, forzai il cassetto che teneva con un sigillo, trovai soldi, tanti soldi. Pensai subito che avevo un altra possibilità per vincere a poker. Sollevato lo scatolo con i soldi trovai una mia fotografia ingiallita. Ma cos’era un maniaco? La raccolsi con le mani che tremavano, girati la foto e con calligrafia elegante lessi
«questi sono i soldi che non hai giocato a poker in questi due anni. Ho già sottratto il prezzo di tutte le stecche di sigarette che hai fumato.»
Era uno scherzo? Chissene fotteva. Avevo guadagnato cinquecentoventisei dollari e trentacinque centesimi. Andai verso la porta, pronto ad immergermi nel mio mondo. Ma la porta era bloccata, come se fosse stata chiusa a chiave. Che strano, non avevo chiuso a chiave ne ero certo. Ma le mie chiavi dov’erano? Le avevo perse nel caos generale che avevo creato nella mia catapecchia.
«karma» dissi sornione. Tanto nessuno poteva sentirmi, parlavo nuovamente al mio io sporcaccione. Ero tornato ad essere solo come un cane. Forse avrei dovuto pensare a prendere uno, di cane intendo. Sarei passato da essere solo come un cane, ad essere solo con un cane. Un gran passo avanti mi sembra. Risi di gusto. Tanto chi poteva saperlo? La solitudine mi piaceva, era l’unico modo che avevo di dar sfogo alla parte di me che più mi piaceva, quella vera e grezza, come un diamante. Ma a pensarci ero sempre stato solo, anche con Francis. Motivo per cui ero libero e rude anche con lui. Facevo uscire il meglio di me. Scartai la stecca di sigarette. Gettai la carta sul pavimento e afferrai una sigaretta, la quarantunesima, del giorno. Avvertì un vuoto in quel momento, come se mi mancasse qualcosa. Ma non era qualcosa di fisico, ma qualcosa di immateriale, ma non riuscivo a capire cosa. Passarono i giorni, e quel senso di turbamento aumentava, non toccai più una cicca da quel giorno. Mi ero addirittura scordato del mio vizio. Di tanto in tanto uscivo a fare la spesa, di solito se ne occupava Francis, era l’unico motivo per cui usciva di casa. Ma dove si era cacciato quel figlio di puttana? La casa mi sembrava più vissuta con tutto il mio casino trai piedi, ma più vuota. Paradossale. Che mi mancasse quel tipo strano? Dovevo cominciando a metterlo in considerazione. Un martedì pomeriggio tornai a casa dopo essere stato da Ingrid. Mi ero scolato una bottiglia di vodka da solo. Ero fradicio. Aprii la porta, e scoppiai a piangere.
«dove sei? Perché mi hai lasciato con me stesso?»
Gridai. Vidi la dirimpettaia che mi spiava da una tenda. E proprio da una tenda, spunto Francis.
«sei sempre stato solo Edward. Tutto il resto è stato fantasia»
«mi dici cosa vuoi da me? Io non avevo bisogno di nessuno. Ma tu. Con le tue attenzioni mi hai fatto credere di avere il lusso di non essere solo»
«stare in compagnia è un vizio non un lusso, è come il fumo» ammiccò Francis.
«ma come fai a sapere questa cosa che ho pensato? Tu, tu non c’eri»
«io ci sono sempre stato, sono io quell’io sporcaccione. Ma da quando hai scelto di rigiocare lo stipendio a poker, il mio ruolo è finito, io ho fallito»
«dimmi chi sei» Urali afferrando la lampada in vetro sul davanzale e puntandogliela gliela contro.
«io sono l’ordine nella tua testa che non vuoi accettare, la premura che nessuno ti ha mai dato. Sono la parte buona di te»
«spiegami perché hai fallito tu e non io» avanzai poggiando la lampada sul tavolo
«Siamo una cosa sola Ed, abbiamo fallito entrambi. Tu sei ricaduto nella spirale che ti ha quasi portato alla bancarotta, io sono caduto perché mi sono lasciato calpestare da te»
«puoi aiutarmi?» singhiozzai piangendo a dirotto
«ma smettila di parlare da solo, sei folle?» intervenne la dirimpettaia con una risata sguaiata. La vecchia mi aveva distratto, rivolsi nuovamente lo sguardo di fronte a me, e Francis non c’era più.

Quarantaduesima sigaretta.

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