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Svevo approverebbe. Parte II

Ci sono scuse e scuse.   

In solitudine, la sigaretta fa compagnia: non sai che fare mentre sei con te stessa? Ne accendi una. Una piccola scarica di dopamina e lo stress pare diminuire. Anche se sai che non è così. 

È una schiavitù, cui ci si lega per un’assenza. Lo sai. E sai anche che non farà bene alla tua pelle, che ti verrà prima il fiatone, che spenderai (perchè di soldi se ne spendono e ti accorgi che stai esagerando quando, a corto di quattrini, preferisci comprarti un pacchetto che un panino…) e inizi a prendere un ritmo accelerato, una dietro l’altra, se davvero ti sembra che fumare sia uno dei pochi piaceri rimasti, sei perfettamente consapevole che allora non è più un piacere ma una dipendenza, ma che ci vuoi fare? Di qualcosa si deve pur morire. Magari non in un set orrendo come quello della foto-inutile deterrente sul tuo pacchetto, si spera…

Ho smesso di fumare, dico orgogliosa a chi non sento o non incontro da un po’ di tempo. Uh, che brava! E mi godo il complimento. 

Ma è una mezza verità. Non ho una forza di volontà così titanica da riuscire in un solo colpo a domare il mio nucleus accumbens. Ricompense e dipendenze si situano lì, nel nostro cervello: difficile comunicare a impavidi e imperterriti neuroni: la sigaretta mi/ci fa male, smettete di rilasciare dopamina a ogni boccata. Punto e basta. 

No, dovevo fornire una motivazione valida, anzi, meglio, una ricompensa più che allettante, seppur procrastinata in un tempo da definirsi, e me la sono trovata. E ho adottato un palliativo nell’attesa. Come una sorta di Bella addormentata nel bosco che attende, assopita, avvolta e protetta dalla volute di fumo del drago, ora mi avvolge il vapore delle e-cig. E una motivazione. Mi ero stancata di aver quel sapore aspro in bocca: come si fa a baciare qualcuno così, temendo di essere scambiata per un posacenere?

Un dettaglio. Minimo, infinitesimale rispetto all’insorgenza di patologie gravi, alla mancanza di fiato nella corsa o nel nuotare, alle arterie ristrette…

Ma nella vita, oltre all’esserci scuse e scuse, ci sono anche ragioni deboli, non sempre sono necessari altri ideali  per vivere decorosamente: anche dietro certe prese di posizione che paiono titaniche si nascondono ragioni ben più umane: paure, timori, il desiderio di quiete, oppure il piacere di mantenere l’immagine del proprio ego, la bella figura e la bella faccia o lo slancio nel piacere dell’azione…

Io ho scelto una motivazione, debole quanto si vuole, un po’ infantile, da fiaba, per l’appunto, e mi son lasciata convincere: il nucleus accumbens ha accolto, evidentemente, di buona grazia la mia istanza e ora mi trovo avvolta da una nube di vapore.

E, quasi in una fiaba,  questo vapore ha un profumo diverso. Dolce, rispetto all’acre sentore del fumo di sigaretta. 

È, per l’appunto, il mio palliativo, lo so perfettamente. Non ci si può mentire dopo 20 sigarette al giorno per 25 anni! 

Probabilmente, assumo anche nicotina in quantità maggiore: però non ho più il problema del fumo passivo e di quell’odore dolciastro, maleodorante, nelle stanze e sui vestiti; questo vapore, denso e morbido, ha un aroma vago, lieve, talvolta di caramello e di torta appena sformata. 

Ora sono in sala, i miei due gatti sonnecchiano accanto a me e non sembrano curarsi del mio micro narghllè: ho ancora una cortina (quella del mio drago) a nascondermi dal mondo e una scusa per aspettare qualcuno in un posto strategico. O per intavolare una discussione, lasciandomi sedurre dalla quiete che mi induce l’aspirare e il buttare fuori, a volte dal naso come un drago, quel filo di fumo. 

Talvolta è necessario esser misericordiose con se stesse: la vita è sufficientemente complessa e spigolosa da non provare il desiderio di attutirne gli urti con piccoli stratagemmi. 

Ognuno porta a casa la propria giornata come può. È molto umano. E mi piace. 

Così come mi piace ancora fumare. Che ci posso fare? Psicanaliticamente, vorrà pur dire qualcosa. Ci sono fior di libri su questo aspetto dell’essere umano, ma non li ho mai avvicinati, tantomeno sfogliati. 

Non ho voglia di guastarmi il mio momento di relax e la mia ancora di salvezza con troppe interpretazioni. 

Mi lascio avvolgere pienamente dal vapore alla vaniglia, ora, scrivendo e punteggio i passaggi con nuvolette dolci che tu, che leggi, non potrai vedere ma forse intenderai dal ritmo delle immagini, assecondanti il mio lieve aspirare e poi rilasciare, questo mio piccolo piacere.

In dettagli sta forse sta il segreto di tutto. 

La voluttà di un vizio, e una ragione, seppur debole, per assecondarlo senza ammazzarsi anzi tempo.

Permane, comunque, il gesto nella sua valenza trasgressiva.

Il gusto del brivido delle sigarette fumate di nascosto, in un luogo vietato. Di quelle di corsa, delle maledette “tutto e subito”, delle altre pre e post quel che vuoi, della pausa e dell’attesa, del Vado fuori un attimo, Hai da accendere? Me ne offri una? Me ne fumo un’altra mentre aspetto… 

Sigarette a creare micro luminescenze esistenziali.  

Una bella scusa?

Di certo. 

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