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Svevo approverebbe. Parte I.

Del fumare.

Mi piaceva fumare. Non posso negarlo. Mentirei.

Momento sociale e pausa riflessiva, così spesso viene definito questo atto, piacevole e dannoso.

Quante volte ciò che più attrae è fonte di maggior danno?

Pur conoscendo questa doppia valenza, mi ha sempre dato gusto accendermi la sigaretta, sentirne sfrigolare la carta e aspirare  il primo tiro. 

Quella brace chi si accendeva e la prima boccata, aspra, netta, giù per la gola. Il soffiare fuori il fumo, lentamente o con rabbia, rilassata o distratta. Una nube a circondare e a confondersi con le parole e i pensieri. 

Concorderete con me che il gesto ha un che di decadente e perduto.  

Oltre a essere un piacere in 4, 5 minuti, non di più: breve ma intenso, come certi eventi della vita che punteggiano, incandescenti, le nostre esistenze. 

Mi sembrava che fumare conferisse anche un’aria più “intellettuale” ai miei discorsi: non so perché, ma ho sempre associato la sigaretta al pensiero. Forse perché si esauriva in fretta e le sue volute si diffondevano ovunque, come certe idee. 

E poi non posso certo rinnegare il suo aspetto sociale. Non si è mai visto un fumatore lamentarsi di un non fumatore: così afferma qualcuno, in modo ironico. Eppure è proprio vero che esista una valenza sociale in questo atto. 

Andiamo a fumarci una sigaretta? Modo semplice per attaccare bottone, per coinvolgere, per creare anche solo una breve complicità nel vizio, come lo si sarebbe chiamato una volta. 

Non sai poi come trattenere qualcuno nella conversazione?: te ne accendi un’altra e quei 4, 5 minuti ti vengono concessi dal tuo interlocutore o interlocutrice e chissà mai che il discorso si prolunghi ancora, naturalmente, onde evitare intossicazioni malsane!

Il fumo, infatti, è un piacere poco salutare: si sa. 

Per tacitarsi la coscienza, il monopolio di Stato, da qualche anno, ha obbligato le case produttrici a inserire foto orripilanti. Ma, quelle immagini sui pacchetti e quelle scritte non hanno mai funzionato da deterrente per me. Erano altri quelli nelle foto: vuoi che succeda a me? Bastava poi non guardare. Alcune poi erano quasi comiche nel loro intento didascalico: persone distese (evidentemente truccate in un set asettico e dalle luci raccapriccianti) sul letto di morte, i familiari disperati e tu , magari alla fermata dell’autobus, quando è inevitabile accendersene una per far scorrere il tempo in modo meno frustrante, ti giravi il pacchetto tra le mani: cazzo, non bastava la fatica del vivere e l’autobus in ritardo? Anche il senso di colpa! Poi sono passati, per l’appunto. alle foto dei malati: tanto che toccava nascondere il pacchetto in scatoline idiote per evitarsi l’angoscia. Che comunque non funzionava e non funziona. Non avrei certo smesso per quello…

Quante ore di attesa e momenti di pausa sono avvolti nei miei ricordi dalla nube di fumo che creavo mentre scrivevo, fuori sul balcone, incastrata in una seggiolina minima, quando pensavo a una idea, a una frase, quando il momento era difficile e quando avevo solo voglia di stare con me stessa, nell’intimità di quella cortina blu azzurrina, quando chi doveva arrivare non giungeva, quando me ne andavo in bicicletta, quando passeggiavo per le strade di Milano, quando ero allegra e quando ero triste, non importava: pioggia, sole, neve o temporale (che sensazione sublime la pioggia scrosciante, il profumo dei prati bagnati e i filamenti attorno a me, il vento a scompigliarli), l’accendersi difficoltoso, controvento nelle raffiche della tramontana di febbraio e l’arrossamento delle dita strette attorno a quel tubicino, in pieno inverno, la ricerca affannosa dell’accendino (l’inferno dei fumatori sta in una stanza piena di pacchetti, ma priva di accendini: vorrei ma non posso! Ahi ahi ahi…! Il dramma dell’essere umano in un’immagine!) nella borsetta o in tasca. Quanti ne avevo, anche di scorta, di tutti i colori e di tutte le dimensioni, perché il fumatore o la fumatrice non può vivere senza. Si giunge a fare calcoli sulla propria forza di volontà (spesso ci si accorge che è inferiore a quel che si spera per sé. Ma la tolleranza nasce anche così: una volta esperito il proprio limite, come non giustificare l’altro nel constatarne la medesima debolezza? Diffido sempre degli integralisti: il loro rigore ha un che di malsano, di inumano. E so che nascondono segreti ben più terribili.)

Ne mancano due alla fine del pacchetto: reggerò quante ore? Si giunge così a calcolare quanto tempo si può stare senza, procrastinando il piacere a quando ce la si potrà accendere: una succursale minuscola di  paradiso, fossero anche due sole boccate di corsa, rabide e dannosissime. 

Chi non alimenta nessun vizio con il proprio desiderio, infatti, non può capire queste apparenti cadute di stile, perché così si rivelano, ma non lo sono. Come la ricerca affannosa del tabaccaio aperto nella notte: me ne ricordavo uno, l’altra sera… ed ecco l’insegna, faro acceso nella nebbia ai naviganti disperati! Non ci sono le mie solite… mmmmmh, mi dia quel che ha, va bene lo stesso! (Anche se sai che ti procureranno un mal di testa formato gigante: l’importante è avere quella scatolina in tasca. Il resto, si vedrà.) 

A volte, una sigaretta è un’ottima scusa per una fuga per prendere aria, fuggendo situazioni noiose o un’eccellente via per incontrare chi si spera di vedere. Un non fumatore cosa potrebbe accampare come giustificazione: vado a guardare il prato perché ho notato due nuove margheritine? Mi piaceva il sole oggi… toh guarda, la temperatura mi pareva differente all’interno… perché sono qui?! Perché mi piace stare in questo corridoio vuoto, deserto e desolato, a meditare…

E invece una sigaretta è un alibi perfetto, no? 

Ci sono scuse e scuse.  

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