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Sunyata. parte I

Signori e signore, buonasera.

Benvenuti e benvenute!

Stasera siamo qui per dimostrare matematicamente l’esistenza di Dio.

Ebbene sì.

Non mi sembra inopportuno dire che il tema non è dei più leggeri, né forse dei più attuali. 

Ma da qualche parte bisogna pure cominciare per uscire dal pantano in cui ci siamo ficcati, insozzandoci con le lordure di questo mondo. 

Ovunque ci si giri, non pare che esista nessuna possibilità di scampo a quel nodo alla gola che ci prende e ci lascia, attoniti e madidi, nel cuore della notte. Chi non ha mai provato quel terrore che non lascia tregua: proviamo a lenirlo con qualche pillola, le raccomandazioni del dottore, l’alcool, le droghe e qualsiasi altro metodo si possa incontrare: basta che finisca. 

Un respiro: datemi un respiro ancora… e un altro… piano piano, si torna a galla… lentamente… come un qualsiasi Odisseo che trova un pezzo del relitto e, annaspando, riesce a sporgere il capo dagli abissali gorghi che sembrano volerlo inghiottire e rinchiudersi sopra. Inesorabilmente. Ma è in salvo. Per ora. Poi chissà… 

… 

Non è forse così?

Ma non sono di certo qui a terrorizzarvi.

Come dicevo poco anzi, ho io la soluzione: la dimostrazione matematica all’esistenza di Dio. 

Non che non sia stata tentata prima una dimostrazione logica all’esistenza di Dio: Gödel vi arrivò, inanellando connessioni logiche. Ventotto passaggi per giungere alla formulazione conclusiva. E ancor prima, il formidabile Leibnitz. 

Il che risulta prodigioso e incontrovertibile. 

Di certo i logici matematici hanno sempre quella capacità estrema di astrazione che nella quotidianità, ahimè, non è forse poi così fruibile.

“Caro, passami il sale…”

“Intendi l’oggetto in sé, ovvero il cloruro di sodio o il suo contenitore? Ma tra quelli che abbiamo in cucina, specificamene la forma, non prima di avermi definito a quali strutture formali tu faccia riferimento… cara, dove stai andando… ma stai facendo le valigie??? Vuoi forse dirmi qualcosa???”

Insomma, matrimoni finiti ancor prima di condividere le pietanze. 

Permettetemi, quindi, dopo questa celia, una breve digressione sulle definizioni che si attribuiscono a Dio: qualità positiva per eccellenza, summa di ogni cosa, pensiero non pensabile, ente non dimostrabile, insondabile essenza e continuo divenire, ineffabile espressione del desiderio infinito di esistere ed essere…

E come ben saprete ogni religione ne ha voluto dare una propria definizione che lo avvicinasse a noi, sue misere creature.

L’Altissimo, il Misericordioso, Adonai, Brahman e via a seguire. 

Di certo, ogni religione ha declinato per tradizione storia e culturale un dio che fosse a propria immagine e somiglianza. Talvolta distaccandolo dalla natura umana, trascendendo e ponendosi oltre. 

In un oltre che noi non possiamo mei definire ma solo cogliere per brevi istanti…

Insomma, al solito, solo i mistici sembrano saper intendere, seppur per frazioni d’istanti abbacinanti, la vera natura del divino.

E fin qui, andrebbe anche tutto bene, se si restasse nell’ambito della Fede. 

Ma noi siamo uomini e donne del mondo occidentale: necessitiamo di dimostrazioni e di certezze.

Io credo, per una certa diffidenza rispetto al passato: a furia di tagliare teste e di ammazzarci senza pietà, tra guerre di religione e conflitti di potere per un amen o un credo, non possiamo certo accontentarci di risolverci nel suadente misticismo di certa parte del mondo: siamo occidentali, suvvia!

Che mai ci mettiamo a fingere di credere in qualche afflato mistico?

Suvvia, Cartesio ci avrà pure insegnato che siamo pensiero e razionalità??

Quindi giungo al momento cardine.

La dimostrazione matematica dell’esistenza di DIO.

Non vi nasconderò le mia emozione a proporre per la prima volta al mondo, a Voi, qui riuniti, ma è necessario e indispensabile spiegarvi come vi sia giunto. 

Era una notte buia e tempestosa…

Pardon, ho letto molto i Peanuts!

Comunque era davvero una notte buia e tempestosa, non per le condizioni atmosferiche, bensì per il mio stato d’animo.

Noi uomini occidentali, spesso, ci confrontiamo con questa sensazione di vuoto interiore, di mancanza di appigli, di scarsa speranza nel futuro: vogliamo sempre lasciar traccia nel mondo. Non possiamo accontentarci di essere come animali, la cui carcassa divenga infine il solo bianco scheletro, per rientrare nel corso della Natura. Lo splendore di cui ci ammantammo non può rimanere relegato nella memoria di pochi o poche che, inevitabilmente, verrano a loro volta divorati dal Tempo, l’unica divinità davvero ineludibile. E a cui dovremmo inchinarci con maggior fervore, di certo senza risposta, ma perlomeno per insegnarci l’umiltà. E l’unicità nostra.

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Fra la vita e morte

Sunyata. parte II