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   Freddie Mercury. Una biografia intima.

                         

                            Di Peter Freestone con David Evans

“E’ iniziato tutto nel 1973”…si apre così il libro scritto da Peter Freestone con la collaborazione di David Evans pubblicato nel 1998, intitolato ”Freddie Mercury. Una biografia intima”. All’epoca l’autore del libro incontrò per la prima volta Mercury in un ristorante di Londra ma fu solo nel 1979 che iniziò a lavorare con i Queen. Per i dodici anni successivi visse a stretto contatto con Mercury svolgendo diverse mansioni: segretario, capocuoco, maggiordomo, valletto ecc. fino alla morte del cantante avvenuta nel 1991. Una vita per nulla facile quella del performer dei Queen così come descritta nella canzone “We are the champions”: “….no bed of roses, no pleasure cruise…”, dalla quale ne uscì vincitore. Quando scriveva le note e i testi delle canzoni …Freddie era un pozzo senza fondi di sentimenti… una delle personalità più complesse che si potessero incontrare e, allo stesso tempo, un essere umano come tutti noi”. Dedito al perfezionismo niente era lasciato al caso, voleva che le sue performance fossero perfette, curate nei minimi particolari, ogni pezzo veniva provato molte volte fino a che tutti i membri della band fossero soddisfatti. Stesso discorso per quanto riguardava la preparazione dei concerti, dalle luci alla perizia strumentale, dal backstage, alle coreografie era un lavoro laborioso che richiedeva uno sforzo immane da parte dell’entourage, oltre cento persone lavoravano ad ogni show. Terminate le esibizioni “…Freddie aveva bisogno di circa tre o quattro ore per scaricarsi…le notti trascorse in libertà nei night club e le feste in albergo gli servivano per tirare avanti”, l’eccesso di adrenalina doveva essere alleggerita in qualche modo. Non so bene per quale motivo ma, come riportato dall’autore del libro, “…se per registrare doveva sentirsi sereno, dal vivo raggiungeva il massimo solo se animato da dissapori o scontri con qualcuno”, celebri le litigate sia con i Queen che con chiunque si trovasse alla sua portata. Non gli piaceva esibirsi nelle grandi città “…l’accoglienza riservata al gruppo era meno calorosa rispetto ai centri urbani di dimensioni più modeste”. Ciononostante amava la vita notturna delle città americane quali New York, New Orleans, luoghi in cui i locali erano aperti tutta la notte ed era possibile girare senza alcun problema. Non era facile per il cantante stringere nuove amicizie, spesso le persone si approfittavano di lui e la sofferenza che provava era notevole, fu spesso tradito dalle persone di cui si fidava e fino al giorno della sua morte fu circondato solo da una ristretta cerchia di amici. Anche molti dei suoi partner lo tradirono “…con ragazzi più carini e più giovani: una persecuzione”. Forse è vero che “…la creatività nasce dal dolore…tuttavia ciò diede a Freddie la carica per esibirsi in performance indimenticabili…”. Diverse star internazionali divennero suoi amici: Boy Geroge, Jennifer Holliday, Elton John, Michael Jackson, Olivia Newton-John, Donna Summer, David Bowie, Tony Hadley, George Michael, Prince e molti altri. Elvis Presley e John Lennon furono i suoi idoli, per quanto guarda il cinema guardava i film di Ava Gardner, Marlene Dietrich, Ava Gardner spaparacchiato sul divano con una coperta addosso. Intorno al 1981 si appassionò alla lirica, ascoltò con grande interesse i dischi di Luciano Pavarotti, era affascinato dal modo in cui riuscisse a raggiungere le note più acute senza sforzare la voce. Dalla collaborazione con il soprano Montserrat Caballé nacque l’album “Barcelona” uno dei più belli scritti dalla rock star. Una curiosità! Alcune delle copertine degli album dei Queen furono disegnate dal performer, riteneva che l’immagine desse già un’idea del disco. La sua passione per le opere d’arte lo portò a collezionare quadri di Goya, Dalì, artisti vittoriani, pre-raffaelliti, stampe giapponesi di ogni tipo con i quali abbellì la sua casa di Londra. Numerose le feste che diede nella sua abitazione, spesso vi festeggiava i compleanni degli amici donando loro dei regali, durante le feste ne riceveva e rimaneva entusiasta quando il regalo veniva scelto con il cuore e non in base al valore economico. “Amicizia e lealtà non avevano prezzo…” per tale motivo cercò sempre di difendere le persone alle quali volle bene, negli ultimi due anni di vita allontanò tanti amici, non accettava che soffrissero vedendolo stare male. Fino al giorno della sua morte vi fu Mary Austin accanto a lui, il suo primo amore, immortalata nella canzone “Love of my Life”, una lirica dolcissima che ancora oggi commuove chi l’ascolta. Adorò sempre i suoi gatti, durante le tournée voleva ascoltare i loro miagolii al telefono, commissionò dei ritratti affinché fossero “eterni”. Non mi soffermerò sugli ultimi giorni di vita di Mercury soprattutto per una questione di rispetto verso un uomo che soffrì moltissimo. Ho letto il libro di Freestone quattro volte per cercare di essere il più possibile precisa nello scrivere questa recensione e molto altro avrebbe potuto essere riportato. Più di duecento pagine scritte con dovizia di particolari dedicate ad una leggenda del rock e ad un grande amico. Un uomo buono, sensibile sempre pronto ad aiutare gli altri, un grande artista che ha cambiato la musica per sempre.

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