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La porta chiusa

C’era una porta nel palazzo in cui abitavo da piccolo; quella dannata porta era sempre rimasta chiusa, e maledico il giorno in cui l’ho aperta. Solo la forza immensa del destino avrebbe forse potuto fermare la mano curiosa di quel bambino di otto anni, ma chiaramente quel giorno il destino aveva interessi ben più importanti dell’androne di un piccolo palazzo del centro Italia, e io mi sono macchiato di una maledizione che sarei riuscito a lavare via soltanto con il sangue di numerosi innocenti.

Il giorno in cui avevo scoperchiato il vaso di Pandora, l’autunno aveva appena attraversato le mura fortificate della mia piccola città, e le prime, timide, foglie avevano ceduto all’invito galante del vento, staccandosi dai rami per seguirlo nella sua danza vivace; e mentre il vento e le foglie ballavano, e il mondo ancora per poco profumava dell’innocente incantesimo dell’infanzia, io avevo spinto con forza il pomello di quella porta, la più antica di tutto il palazzo, l’unico elemento che era scampato alla ristrutturazione, e quel gesto mi era costato il futuro felice che forse avrei potuto avere.

Nella mia mente di bambino, dietro quella porta si nascondevano avventure meravigliose e mondi in cui avrei potuto essere l’eroe che sognavo, ma la realtà era ben diversa: dietro a quella porta si nascondeva l’inferno, e aprendola avevo visto un’ombra che all’inizio mi era parsa un angelo, che con un bacio aveva rubato la mia anima, condannandola a giacere in eterno nelle prigioni della giudecca, muta e in catene.

Era cominciato tutto quattro giorni dopo, con il funerale dell’anziana signora che abitava al piano di sotto.

Ricordo di aver provato forse il primo, vero, dispiacere della mia vita quel giorno, perché ero molto affezionato a quella poverina che era stata la nonna che non ho mai conosciuto; ricordo di aver pianto per la prima volta in silenzio, come un vero uomo che prova vero dolore, anche se non riuscivo a comprendere del tutto quella situazione ancora così sconosciuta.

Qualche mese dopo era toccato al mio cane, Nuvola, il primo essere vivente che avevo imparato ad amare dopo mamma e papà, che me l’avevano regalata per il mio settimo compleanno, per provare ad insegnarmi cosa volesse dire assumersi delle responsabilità; l’ha stroncata un infarto, e in quel momento ho compreso benissimo quanto male potesse fare un cuore spezzato: avevo provato un dolore quasi fisico, che mi aveva fatto piangere per giorni e soffrire per molto più tempo.

Dopo Nuvola, mi ero ritrovato a danzare un carosello di morte, intrappolato in un giro di giostra che non desideravo altro finisse, ma sembrava non finire mai.

All’inizio pensavo di essere soltanto sfortunato, ma c’era un’ombra a tormentare la mia ragione: l’ombra che quel giorno avevo visto guardando oltre quella porta; ero certo che quell’ombra mi avesse trasmesso la sua maledizione, e più il tempo passava, più mi rendevo conto che a causa sua ero diventato l’angelo della morte.

Raggiunta questa nuova consapevolezza della mia natura, avevo ripercorso la scia di anime a cui avevo tolto il privilegio di vivere, e mi ero reso conto che tutte loro erano persone che avevo amato, nel senso più sincero attribuito a questo verbo così inflazionato.

In quel momento avevo preso la decisione di smettere di amare, ma per quanto ci provassi, un sorriso, un complimento, una risata, o uno sguardo gentile, trovavano sempre e comunque il modo di sfondare quel muro che avevo costruito attorno alla mia capacità di provare sentimenti, e allora avevo deciso che l’unico modo che avevo per proteggere coloro che amavo, era diventare l’incarnazione della solitudine.

Me ne sono andato, in un posto il più lontano possibile da ogni forma di vita, e dal momento che il mio amore è veleno, desideravo ardentemente amare me stesso, ma non ci riuscivo, a causa del peso di tutti i peccati che avevo commesso, e lentamente mi stavo abbandonando all’oblio.

Ormai da mesi mi beavo finalmente della pace eremitica, quando il destino, o chiunque altro ne facesse le veci in quel momento, mi aveva costretto ad incrociare lo sguardo con quello di due occhi da cerbiatta segnati da cerchi scuri, e incorniciati da un viso pallido. Era vestita di bianco, e il bianco della sua pelle metteva in risalto il corto caschetto di onde rosse che si sforzavano invano di sfiorare quelle spalle di una bellezza statuaria.

Sembrava uscita da un dipinto del rinascimento, e per qualche istante mi era sembrato impossibile che fosse vera.

Avevo cercato di convincermi della sua inesistenza, ma lei non solo non era scomparsa, ma addirittura si era fatta ancora più vicina, e aveva cominciato a parlarmi, e parlando piano, piano aveva risvegliato in me il desiderio di un contatto umano.

<<Ti prego, vattene!>> avevo sussurrato, disperato.

<<E perché mai dovrei farlo?>> aveva chiesto lei, sorridendo divertita e intrigata.

<<Perché sono maledetto!>>

Lei aveva riso: la risata più bella che avessi mai udito, chiara e vivace come il tuffo di una cascata.

Chiaramente non mi credeva, ma io avevo insistito:

<<è la verità! Tutti coloro che amo finiscono per morire. Sono l’angelo della morte, e il mio amore è veleno!>>

<<Mi ami?>>

<<Non ancora, ma sono certo che lo farei.>>

<<Allora fallo! Amami più intensamente che puoi! Ti prego, amami. Non negarmi il dono che ho chiesto tante volte al destino.>>

<<Come? Vorresti morire? Non sai di cosa parli!>> avevo commentato, e lei: <<So perfettamente di cosa parlo! Se tu sei veramente l’angelo della morte, allora le nostre ombre camminano insieme da molto più tempo di quanto tu creda. Non potrei desiderare morte più dolce del tuo amore, quindi amami, e lasciati amare, e dopo ama te stesso per avermi liberato dalla mia realtà di sofferenza.>>

Qualcosa, in quella voce, mi aveva costretto ad obbedire e ad accettarla nella mia solitudine, e mentre lei lentamente mi portava ad amarla, la sua vita mi scivolava tra le dita in maniera sempre più evidente.

Ogni giorno era sempre più pallida, e le sue forze venivano meno; quando le avevo chiesto se non si fosse pentita della sua scelta, lei mi aveva risposto di essere affetta da una malattia terminale da troppi anni, e che era scappata proprio perché tutti si ostinavano ad impedirle di morire.

<<Per questo ti sono grata, e ti amo, perché sei l’unico che ha compreso che ho il diritto di scegliere l’oblio della morte invece che la sofferenza della vita. Dovresti amare anche tu te stesso, perché mi stai liberando da un destino ben peggiore della morte.>>

Pochi giorni dopo, lei ha esalato il suo ultimo respiro, sorridendo, e quel sorriso ha sciolto in me anche l’ultimo dubbio: la mia maledizione l’ha resa felice, e per una volta ho ringraziato quell’ombra che fino a quel momento mi aveva causato tanto dolore.

Ho iniziato a considerare la mia situazione sotto una luce diversa, e poco a poco quel sorriso mi ha insegnato ad amarmi, e il mio amore è veleno.

Non so perché ho sentito il bisogno di lasciare questa sorta di testamento che nessuno leggerà mai; tutto ciò che so, è che le forze mi stanno abbandonando, e presto sarò insieme a lei.

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