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La Pizia. Parte I

Questa è una storia che non ha una sua conclusione.

Un racconto breve, a una voce sola. 

In fondo, parliamo solo e sempre con noi stessi: comunicano i lati manifesti con quelli celati.

L’altro è solo specchio all’io. 

Non esiste ragione per non affermare che questo racconto abbia avuto un solo mittente e un unico destinatario.

Me stessa.

Anche se le volute di fumo, nell’oscurità, da quella crepa nella roccia, perseguitano le mie notti.

Non esiste inizio. 

A noi piace credere che sia così: il primo sguardo, la prima parola, il primo sorriso.

Non ce ne accorgiamo, ma le premesse per quell’incipit esistevano dapprima. Minuscoli segnali e impercettibili sensazioni. Dettagli che, se correttamente interpretati, non darebbero scampo alla sorpresa. Ma chi non desidera essere rivestito dall’aura della Bellezza, come fosse un dono degli dei, quale ricompensa per millantati crediti di bontà?

Avevano ragione gli antichi che temevano tutto ciò: lo splendore accecante del sacro cela in sé l’ombra della voragine primordiale. 

Attento a quel che desideri: potrebbe avverarsi.

Nell’antro da cui per millenni le mie consorelle mi hanno preceduto a costruire destini agli uomini che venivano a consultarle, io, ultima, ho desiderato conoscere la forza del Fato.

Il vaticinio doveva trovare la sua prova nel reale 

(La Sfinge non si gettò dalla rupe, essere alieno e straordinario. Si era allontanata dopo la risposta, rifugiando in antri oscuri. In spregio alle umani genti: compiuto era stato il ruolo destinatele dal Fato). 

Edipo non doveva incontrare scampo al futuro, seppure fosse stato illuso di esservi sfuggito.

Il Dio non ammette deviazioni al suo volere: in un modo o nell’altro è indispensabile e necessario l’avverarsi di quanto profetizzato. 

Altrimenti che figura ne farebbe? 

Così, stritolato dalle parole pronunciate in questa grotta, Edipo trovò il suo destino confermato. 

La Pizia di allora rise nella grotta: il contatto con gli dei consuma la pietà per le umane sorti. 

Voi non sapete quante di noi si consumarono la mente qui, al buio, abbagliate dal divino: alcune fuggivano, rese folli, altre ne morivano e altre ancora, le più fortunate o le meno sensibili, impararono a provare piacere in quel potere che guida gli Olimpici., lambendone le vesti, suggendo, avide, microscopiche stille di ambrosia.  

Il futuro è una narrazione sottile che si rivela a noi in immagini e sussurri. È una rete immane in cui se, a voi, è visibile la trama, l’ordito spetta ineluttabilmente agli dei. Basterebbe soltanto sfiorare uno di quei fili e lo scenario si articolerebbe secondo altre, rinnovate, possibilità.

Se solo poteste innalzarvi di qualche centimetro da terra, lo vedreste anche voi. 

Ma non avete un tripode a sorreggervi o un dio a elevarvi.

Uomo, sei certo di quel che domandi?

Uomo, sei sicuro che ora sarai libero?

Uomo, saprai tollerare il non esser libero?

Ora l’ingresso al tempio verrà sbarrato.

Ovviamente, lo sapevo. 

Lo sapevamo da tempo immemore. 

Altrimenti quale potere oracolare avremmo posseduto mai? 

Non posso dire che mi dispiaccia: non avrò bisogno di certo di quella grotta per vivere la mia esistenza. 

Il contatto con il dio consente di trattare il proprio destino e io so quale sarà il mio. 

I templi, ormai muti gli oracoli, saranno chiusi nel migliore dei casi o distrutti, in nome di un solo simbolo che andrà riassorbendo il molteplice, rinnegandone la lussureggiante potenza.

Questa nuova religione viene a soppiantare la nostra umana, innata, inquietudine con la certezza di un futuro, seppure molto distante e impalpabile,  di pace e amore. 

Ben venga. 

Gli uomini si fanno sempre più fragili. E, lo devo ammettere, la  fiducia dei seguaci di questa nuova (arcaica ai miei occhi) fede nel libero arbitrio, in un primo tempo, mi affascinò: suadente pensare che vi sia spazio alla propria volontà e che esista la scelta.

Li ascoltavo, avvolta, non conosciuta, nel mio peplo: Sarete liberi! Affidatevi al nostro Salvatore!

Contrapposti orizzonti vanno delineandosi. 

Al fato, la libera scelta.

Al crudele sorriso dell’inconoscibile, l’insondabile amore.

Alle sfumature umane degli olimpici, ormai trincerati dietro un misterioso e prolungato silenzio, una potenza misericordiosa, insondabile. 

Altrettanto silente. 

Ne fui quasi attratta… 

No, mi spiegai, non era tempo per me di delegare alla vaga speranza il taglio netto di Atropo.

Perché abbandonare per un manicheismo, appena appena velato d’amore, il divino che mi aveva abitato per così lungo tempo?

Il mio dio già mi aveva sussurrato, in una notte d’inquietudine, lui ed io, soli, in attesa che i suoi stridenti suadenti suoni si allontanassero, quale fato mi apparteneva. 

Libera scelta o meno, io l’avrei percorso. 

Memore di Edipo, avrei forse potuto compiere anche io la mia strada, ma ben presto mi sarei resa conto che chi tirava le mie fila stava solo allungando le fila che mi vincolano, verso l’ineluttabile destino, illudendomi. 

Uomo, cosa domandi al domani?

Uomo, sai sciogliere l’enigma del responso del dio?

Uomo, sai cogliere nella tua stessa domanda la risposta che non si manifesta?

Ingenui. 

Alcuni erano davvero ingenui. 

I servitori li facevano passare, perché toccava far quadrare i conti del tempio. Avevamo, le mie sorelle ed io, memorizzato risposte usuali a domande banali. Mi ama? Come sarà il raccolto? È ora di intraprendere quel viaggio? 

Non si disturbava il dio per questi miseri quesiti. Anche se, talvolta, questi faceva capolino con quel sussurro che accapponava le meningi, solo per irridere quegli stolti. Avrebbero fatto meglio a dar retta ai loro prossimi, al loro istinto ma la parola del dio era l’unica che sapesse placare le loro incertezze. 

Non compresero mai, nessuno comprese, che disturbare la mente di un dio provoca alterazioni nel fato degli uomini, nel tessuto di eventi ramificati che li circonda. È una perturbazione tale degli equilibri permettere l’accesso diretto al sacro nella quotidianità che non può non costare, e che ineluttabilmente altererà per sempre la vita dell’uomo che richiede. 

Gli stolti cercavano consolazione ed ottennero la moltiplicazione e l’accelerazione del loro destino. 

Lo mutarono quasi da soli, con le loro scellerate interpretazioni. 

Non si interpreta il divino, lo si esegue senza nessuna nozione cosciente. Avrebbero fatto meglio a spogliarsi e a partecipare a un corteo dionisiaco: avrebbero denudato la loro mente dei vari orpelli che la rafforzano in una vacua identità per liberarsi dalla scelta, iniziando a seguire il loro fato senza corrispondenza di attaccamento. 

E invece no, me li trovavo davanti, tremebondi, già consci della risposta e ignari a loro stessi. Talvolta non serviva neanche il dio: bastavamo noi, con la saggezza delle nostre consorelle che ci scorreva nel sangue da generazioni, memorie e memorie che si proiettavano nella nostra mente a ricercare la formula adatta che usciva, in un grido da raggelare il sangue, improvvido e improvviso. Sbiancavano in volto: era la rivelazione del dio che li pietrificava; comprendevano di aver commesso un fatale errore. Non avrebbero trovato serenità nella risposta, ma solo l’orrore della mente umana sfiorata dall’incommensurabile. 

Io sorridevo. 

La loro infima tracotanza li aveva puniti.

Uomo, cosa cerchi?

Uomo, cosa domandi al Dio che ogni cosa conosce?

Uomo, saprai sopportare il vero? 

Uomo, saprai attendere che il tuo destino ti sia svelato? 

Venivano qui, con aria supplice e domandavano. 

Non credevo fossero così sciocchi: conoscere il proprio destino presuppone che non ci sia libertà. 

Allora meglio il pastore che conduce le sue capre in montagna, ignaro della pietra che scivolerà sotto il suo piede a sbilanciarne il passo e ringrazierà la sua atletica corporatura se quell’inciampo non sia divenuto passo nel vuoto. Non certo benedirà il vaticinio di un dio se la sua vita, simile a quella delle sue capre, sulle sporgenti rocciose, non avrà che come risultato uno spavento. Poteva accadere o no. Sono i rischi del mestiere.

Gli altri, quelli che con le loro supplicanti parole arricchivano il tempio e la città di Delfi, pensavano di poter sostenere il futuro. 

Si arrogavano il diritto di governarlo, una volta udite le nostre parole.

Sciocchi.
Avete visto come è andata a finire con Edipo: morigerato e tremebondo, è finito tra le lenzuola della madre, divenendo padre e fratello ai suoi stessi figli. 

E da questa tragica farsa, pagine di letteratura e psicanalisi si sono accumulate nei secoli. 

Suvvia, la trama risulta farraginosa con tutti quelli che sapevano e tacquero, per poi un giorno, improvvisamente, rivelare il segreto “gelosamente” custodito e ordito dal Fato. 

… già, il segreto…. segreto… 

In fondo, però, Edipo poteva non sapere… 

Già: il malcapitato non sarebbe stato in grado di ricordare il grembo della madre.

Ma Giocasta: come fece a non riconoscere nei talloni forati, in quei segni, la carne della propria carne? 

Persino, Euriclea, umile nutrice, riconobbe lo scaltro Odisseo sotto mentite spoglie da una sola cicatrice. 

Turpe pensiero: sostituire il vecchio al giovane acceca e stritola nel desiderio di infiammate notti di passione. 

Poco importa il nome e la provenienza.

Forse Giocasta così mise a tacere la sua epifania.  

E l’étranger faceva comodo: non era poi così male. 

Gli bastò sterminare il mostro alato che poneva quesiti, infantili, per sua stessa ammissione.

Insomma, Giocasta non andò troppo per il sottile. 

Dite che vi fu una pestilenza a portare a galla il segreto? 

Dopo tutti quegli anni?!!?

Il morbo, ben più che tardivo, a Tebe fu un pretesto creato ad arte laddove si intrecciano i destini.

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