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Conosci te stesso (gnōthi seautón)

La luna, quella sera, brillava nel cielo in tutto il suo chiarore, riflettendo la sua luce sulle colonne di pietra rosa. Tutti brindavano intorno al fuoco, tranne me. Preferivo starmene in disparte, sui gradini dell’anfiteatro, ad ascoltare l’eco dei sassi che lanciavo un po’ per gioco, un po’ per rompere il silenzio e smaltire il mio malumore. Mi chiedevo per quanto tempo avrei dovuto vivere in quel tumulto di speranze e timori, di domande senza risposte, di silenzi  imposti dalla sorte. E fu in quella miscellanea di sensazioni che sentii  balenarmi nel cuore un guizzo, una scintilla, una grande verità: non avrei mollato.

Passeggiando sotto il porticato, i miei occhi si posarono su una iscrizione incisa su una vecchia fontana “Ricordati di osare”.

 Tra le ombre della sera, sgattaiolai di soppiatto verso casa con quel passo veloce e leggero che assumevo quando sentivo scorrermi nel petto il fiume della speranza. Con un balzo deciso superai il muretto a secco, imbrigliando il lembo del vestito attorno alle radici sporgenti degli ulivi. A quanto pare la mia ombra si allungò più del dovuto, stagliandosi sulla fiamma dei falò. Tutti si girarono verso di me, fissandomi con aria di sfida. D’improvviso mi sentii diversa, ed una fiamma ardente divampò nel petto, illuminando il mio sguardo. Non avevo più paura.

Il progetto era pronto, sulla carta, sulla pietra, nei miei sensi, nei miei pensieri. Desideravo con tutta me stessa che quel lavoro, a cui  stavo dedicandomi con tanta passione, fosse preso in considerazione dal capo progettista. Avevo costruito qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario, e di questo ne andavo fiera. Ma l’ostacolo più grande da superare era il pregiudizio degli uomini, che spesso schernivano le mie idee, non apprezzavano, non consideravano, non capivano.

Persino mio padre mi aveva relegata al difficile e subalterno ruolo di donna di casa, remissiva ed ubbidiente, a cui era concesso di uscire di casa soltanto in caso di matrimonio, festa religiosa o nascita di un figlio, (possibilmente maschio!) donna a cui era concesso soltanto di suonare il cimbalo, la cetra e l’aulos, o  al massimo, di tessere  tutto il giorno la tela, senza poter  mai discutere  di nient’altro che non fosse strettamente legato alle mura domestiche. Socrate, mio amico da sempre, più volte mi aveva invitata a riflettere che la bravura non appartiene solo agli uomini ma anche alle donne, alle persone tutte, senza alcuna distinzione, come amava spesso dichiarare, sorridendomi fiducioso.

“ Il nous, l’intelletto, è un dono che non va represso ma coltivato, come una pianta che deve affiorare in superficie, altrimenti la terra tutta ne soffrirebbe ”  soleva ripetere a tutta l’assemblea. La filosofia della maieutica mi aveva aiutata a scoprirmi coraggiosa ed autentica, a formarmi e a capire cosa volessi veramente dalla vita.

Il tiranno Pericle aveva bandito una gara  rivolta a tutti gli artisti ed architetti del Peloponneso: chi fosse riuscito ad impreziosire il tempio della dea Atena con statue, bassorilievi o colonnati di gran pregio, avrebbe vinto una parte del tesoro di Delo. Inoltre al vincitore sarebbe stato conferito il titolo di “artista ufficiale della città di Atene e del Peloponneso”,  tra  grandi onori e rami di lauro d’oro.

Il tiranno non si fece attendere, ed un giorno, quando nessuno se lo aspettava,

piombò con i suoi uomini presso il cantiere del tempio. Tutti gli artisti, architetti e progettisti mostrarono con orgoglio i loro disegni, che Pericle osservò con  grande perizia. Guardai la scena da lontano, seduta in fondo ai gradini  dell’anfiteatro e, pur non volendo, ascoltai i discorsi di Prassitele e Fidia. I due  stavano confabulando qualcosa di poco chiaro; notai che il loro tono di voce  all’improvviso si fece  sommesso. Avvicinandomi con circospezione appurai ciò che stavano complottando:

  il giorno dopo  avrebbero posizionato sei  giganteschi telamoni, all’insaputa di tutti coloro che partecipavano alla gara d’appalto. In un primo momento fui assalita da un senso di rabbia e di sconforto. Tuttavia sentii salirmi lentamente nell’animo una piacevole sensazione di rivalsa.  Mi  era appena balenata un’idea che avrebbe ribaltato la situazione  a mio favore…

Tempo prima avevo nascosto il mio lavoro nei depositi sotteranei del laboratorio di scultura di Prassitele, dove lavoravo oramai da anni, all’insaputa di tutti, tranne del capomastro; lì, avevo disposto trecento pezzi da assemblare in un  certo ordine numerico, tale da ottenere uno spettacolare risultato, unico nel suo genere. Si trattava, tuttavia, di una tecnica sperimentale, mai utilizzata prima, di cui  mi assumevo il rischio, con tutte le conseguenze del caso. Avevo, però, bisogno di  numerosi collaboratori per poter montare i pezzi ed ottenere il risultato sperato. Dovevo agire subito, per poter battere sul tempo tutti quelli che pensavano di avere ormai la vittoria  in pugno.

Alcune ore prima, Pericle ed il Consiglio dei Sette Savi si erano riuniti in gran segreto, per decretare il vincitore della gara. Il filosofo Socrate, con tono fermo ed imperturbabile,  fece qualche velato riferimento ad un interessante progetto  portato avanti da una donna.  Da subito, il Consiglio,  andò su tutte le furie; l’idea fu giudicata scandalosa ed inconcepibile, da insabbiare quanto prima.

 Pericle impose perentoriamente che nessuno in futuro avrebbe dovuto più parlarne, pena l’esclusione sociale o l’esilio.

Appresa la notizia, capii che non era più tempo di pensare ma era giunta l’ora di agire. Decisi allora di chiedere aiuto a Socrate, l’unico uomo che credesse in me e nelle mie capacità. Unendo le nostre forze, riuscimmo a dare inizio ad una grande catena solidarietà, radunando, nel giro di una notte,  tutte le donne di Atene, Sparta, Micene, Carie, Coos, Argo, Gortyna, Lindos e Larissa. Il buio fu d’improvviso illuminato da una lunga fiaccolata, intensa come un fiume, ed ardente come la voglia di riscatto di tutte le donne ghettizzate e sottostimate dal contesto maschilista, accecato da pregiudizi ed innata supremazia. Ci mobilitammo insieme, e con l’utilizzo di  funi, carrucole, ganci  e tronchi d’albero, riuscimmo a spostare e sollevare tutti i  blocchi di pietra presenti nel deposito. Lavorammo con solerzia, ma sempre con il sorriso e la consapevolezza di chi sta per cambiare il corso della Storia. Seguendo un ordine metodico e preciso riuscimmo, pian piano, ad assemblare i vari pezzi come in un minuzioso mosaico che, ultimato, mostrò la sorprendente immagine di sei imponenti ed incantevoli statue, che, per la prima volta, riproducevano l’immagine femminile. Non più colonne e capitelli, ma donne orgogliose, libere, fiere di essere, di esistere, di brillare per bellezza e proporzioni, per armonia e semplicità, con il viso rivolto all’eternità e le gambe poste, l’una verso il presente, e l’altra  verso il futuro. Donne con lo sguardo orientato alle nuove generazioni, a cui sarebbe giunto il loro messaggio di dignità, forza ed intensa solidarietà femminile. Volli chiamarle Cariatidi, in onore delle ‘donne di Carie’, città del Peloponneso, in cui vivevano solo donne in situazione di schiavitù:  per questo ritenni opportuno che  venissero raffigurate finalmente  come simbolo di ritrovata libertà.

 Il giorno dopo ognuno, contemplando la maestosità dell’opera, pensò ad un evento soprannaturale e al prodigioso intervento della dea Atena. Il buon Socrate, in cuor suo, pensò che era giunto il momento di  rivelare a Pericle la reale versione dei fatti: che proprio Tyche, la sua seconda e ribelle figlia, aveva realizzato le sei Cariatidi che reggevano ed adornavano l’Eretteo del tempio della dea Atena!

Di fronte a tale verità, il mio tirannico padre rimase fortemente perplesso sulle mie reali potenzialità, avendomi, da sempre, considerata  “solo una donna.”

Dopo lunga riflessione e dettagliate indagini sulla faccenda, mio padre fu costretto ad ammettere che anche noi donne siamo in grado di realizzare grandi sogni. Fu così che decise di offrirci maggiore possibilità d’espressione, di  tutelarci con leggi capaci di restituirci quella tanto ambita dignità, e quell’agognato decoro, negato in secoli di oblio. Da quel momento, egli, si aprì ad idee innovative, più moderne e coraggiose, a metodi politici meno restrittivi e poco autoritari.

Inoltre decise di liberare dalla schiavitù tutte le donne della città di Carie, a cui si aggiunsero  molte  altre città- stato e colonie sotto la  sua egemonia.

 Infine organizzò una grande cerimonia, in cui fui da lui stesso incoronata  “artista ufficiale del Peloponneso”. Gran parte del tesoro di Delo, ricevuto in dono, volli destinarlo all’Associazione “Amiche solidali nella Libertà”.

Per la prima volta nella mia vita  mi sentii finalmente soddisfatta, e libera di poter  essere semplicemente me stessa.

Tuttavia c’era ancora qualcosa che mancava al puzzle per poter essere completo, qualcosa che nel cuore brulicava facendo rumore. Un rumore che  aveva un nome ben preciso: riconoscenza.  Per questa ragione, decisi di donare a  Socrate il Lauro d’Oro, poiché  senza di lui non  sarei mai riuscita a realizzare una impresa  tanto complessa ed ardua.

Ma lui, con la sua innata umiltà non tardò ad affermare: “Questo Lauro lo meriti pienamente, perché vale più di ciò che rappresenta. Non è soltanto un premio alla tua creatività, ma soprattutto al tuo coraggio, alla tenacia dimostrata, all’amore per le idee, all’inizio di un nuovo e luminoso percorso in nome della libertà e  della parità dei diritti tra uomini e donne. Ma il dono più grande che il Cielo e questi preziosi rami ti hanno concesso è quello di amare e conoscere te stessa”.

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