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Estratto da: Pristine – Il futuro intatto

Alla nostra destra distese verde scuro, color alga, di fitti alberi stretti l’uno vicino all’altro, interrotti da macchie di rocce a gradini su cui scivolano piccoli ruscelli che si tuffano giù per dirupi. Solchi grandi su cui piccoli corsi d’acqua scorrono comodamente. Vestigia di una abbondanza idrica rievocata ma ormai persa.

“Adesso percorreremo la costa fino a Long Island, non ho proprio voglia di viaggiare sulla terraferma col rischio di beccare qualche drone della security di Fort Smith e perdere mezzora per farci ispezionare, tenteremo la fortuna tagliando dritto per Manhattan dal collo di terra dal quale parte l’isola”.

In silenzio sono impegnato a scrutare l’orizzonte e il panorama cangiante che presto diventa pieno di strade dissestate immerse tra gli alberi prima, tra erba secca dopo. Approfittando della quiete, non riesce ad aspettare il viaggio di ritorno come promesso e comincia a farmi domande su un’epoca passata che ho in qualche modo vissuto, mi chiede anche se può soprannominarmi <<viaggiatore>> visto che nella sua testa il mio fittizio salto temporale ha una cornice romanzata.

L’aria all’esterno comincia ad oscillare, come quanto fluttua sospesa su un asfalto rovente. Naresh continua a tempestarmi di domande stupide sui videogiochi, sui fast food e sulle app di incontri, occasionalmente spiegandomi che stiamo circumnavigando quello che rimane di Cape Cod e residui a pelo d’acqua di Nantucket, per poi ritrovarci affiancati alle antenne dell’isola di Long Island nello stato di New York. È parecchio sottile la striscia di terra rimasta a galla e dopo averla percorsa tutta giriamo a destra per ritrovarci davanti la Statua della Libertà con i piedi a mollo, pendente in maniera simile alla Torre di Pisa, a causa della corrosione della sua struttura metallica. Alle sue spalle in lontananza vedo i primi palazzi sventrati e quando finalmente li raggiungiamo mi si stringe un nodo alla gola ad assistere a queste enormi dita ossute ergersi dall’acqua, puntate verso un cielo vibrante di fuoco. Gli unici colori attorno a noi sono il grigio, il marrone e il rosso. New York è una landa desolata di ruggine, cemento e polvere.
Naresh è elettrizzato, mi indica quello che rimane delle insegne appena visibili fuori dall’acqua di luoghi simboli del consumismo e dell’irrequietezza, dove si gustavano caffelatte da dieci dollari al bicchiere, dove si mangiavano hamburger tra cimeli di artisti musicali o dove era possibile vedere gli spettacoli più in vista, alla Radio City Music Hall, di cui a malapena si riesce ancora a vedere la scritta <<Radio>>. Naresh ha difficoltà a trovare Times Square, senza le insegne luminose e la gente che sgambetta agitata, torva in viso, è impossibile identificarla.

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