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Sull'amore, sul desiderio, sulla sfortuna di Pavese…

L’innamoramento, il cosiddetto amore ci sovrasta, ci supera continuamente. L’attrazione sessuale spinge molte persone a fare cose folli, impensabili o quasi. Ci sono persone pronte a tutto, a sacrificarsi come a perdersi nelle peggiori perversioni per avere il bene della persona amata. Ci sono persone pronte ad autodistruggersi per soddisfare le esigenze o soltanto il volere del partner o della partner. Cosa ci spinge a tutti i costi verso un’altra persona? Perché un’altra persona deve diventare sempre la meta, il bersaglio delle nostre pulsioni? Eppure l’autoconoscenza del nostro corpo è superiore al talento sessuale, al “saperci fare” di qualsiasi dolce metà. In teoria nessuno/a sa farci godere quanto noi stessi. Questo non significa inneggiare alla solitudine. Sono della convinzione che molti eviterebbero molte complicazioni e problematiche se scegliessero di stare da soli. È soltanto una pura e semplice constatazione di fatto. Però il desiderio ci spinge verso un’altra persona. Il nostro immaginario erotico ci spinge verso un’altra persona. Freud scrive che ci innamoriamo quando la libido narcisistica diventa libido oggettuale. Fromm scrive: “L’amore è possibile solo se due persone comunicano tra loro dal profondo del loro essere, vale a dire se ognuna delle due sente se stessa dal centro del proprio essere. Solo in questa “esperienza profonda” è la realtà umana, solo là è la vita, solo là è la base per l’amore. L’amore, sentito così, è una sfida continua; non è un punto fermo, ma un insieme vivo, movimentato; anche se c’è armonia o conflitto, gioia o tristezza, è d’importanza secondaria dinnanzi alla realtà fondamentale che due persone sentono se stesse nell’essenza della loro esistenza, che sono un unico essere essendo un unico con se stesse, anziché sfuggire se stesse. C’è solo una prova che dimostri la presenza dell’amore: la profondità dei rapporti, e la vitalità e la forza in ognuno dei soggetti”. Succede che desideriamo una donna a tutti i costi. Succede che siamo stanchi e non ne possiamo più di essere soli. Succede che non sopportiamo più noi stessi. In realtà nessuno basta a sé stesso. Anche quando siamo soli l’altro è sempre presente, anche se solo come fantasma. Siamo veramente appagati soltanto quando facciamo l’amore con un’altra persona. Ma questo appagamento, questa intima soddisfazione è più psicologica che fisica. Oserei dire che anche la società ci mette del suo, che cercare una compagna non è solo dovuto alla pulsione sessuale, a un’esigenza sentimentale, ma anche a una forte pressione sociale. La stessa società ci impone questo e gli altri ci giudicano, ci fanno presente tutto ciò. I genitori anziani vogliono dei nipotini. I genitori anziani dicono di un figlio che non ha una donna: sta sempre in casa, non ci dà alcuna soddisfazione, è un poveretto insoddisfatto. Senza considerare il fatto che sposarsi e fare figli dovrebbe essere una garanzia per la vecchiaia, che i figli dovrebbero essere, come si suol dire, un bastone per la vecchiaia. Ma questo non è così scontato: i figli spesso lasciano soli a sé stessi i genitori, anche quelli più bisognosi. Anticamente nella società contadina fare figli significava avere nuove braccia forti che coltivassero la terra. Ancora oggi fidanzarsi, sposarsi è quasi un obbligo sociale sia per far girare l’economia che come antico retaggio rimasto di quella società contadina da cui tutti proveniamo. Per chissà quale motivo cerchiamo un appagamento reciproco con l’altra metà. Così vuole la natura umana. Siamo semplicemente fatti così. Per una strana alchimia abbiamo bisogno di un altro corpo a cui dare piacere e da cui ricevere piacere. Talvolta un problema è il fatto che noi usiamo il corpo altrui e un’altra persona usa il nostro corpo semplicemente come un mezzo per avere soltanto piacere, senza nessun bene profondo, ma tutto ciò è a ogni modo legittimo e consentito. Un libertino comunque dovrebbe avere una sua etica. Dovrebbe andare solo con donne maggiorenni, consenzienti, capaci di intendere e volere, non disturbate psichicamente. Talvolta ho visto donne minorate con gravissimi disturbi psichici con cui tutti andavano, su cui passava tutta la città: questo non dovrebbe essere consentito. Eppure succede. Ricapitolando, abbiamo sempre bisogno degli altri in tutti i casi, ma questo non significa desiderare a tutti i costi una società collettivista. Nella nostra società occidentale il benessere è molto più diffuso che nel comunismo russo, dove solo una piccola oligarchia stava bene e il resto faceva la fame. Tutte le persone che volevano passare il muro di Berlino provenivano da Berlino Est: i dirigenti sovietici non volevano in alcun modo che i loro compagni assaporassero la libertà capitalista. È altrettanto vero che questa società occidentale è piena di ingiustizie e sperequazioni, ma non ci vuole il comunismo totalitario; è molto più realistico e fattibile pensare a una vera “rivoluzione liberale” in una società ancora troppo capitalista e liberista selvaggia. Accontentiamoci, non avendo ancora una vera giustizia, di una parvenza di libertà. È vero che i valori fondanti della società occidentale, come la sacralità della vita, la libertà di espressione, la democrazia, la stessa libertà sembrano essere posticci. Forse però l’unica libertà reale che abbiamo è quella sessuale. Ognuno può far l’amore con chi gli va, ma anche qui i criteri estetici, i modelli con cui si sceglie l’altra persona con cui fare l’amore vengono selezionati, predeterminati, eterodiretti dal potere tramite mass media, moda e pornografia. Forse anche la libertà sessuale è un’utopia. Ma non abbattiamoci: l’uomo è fallibile e la società è perfettibile. L’amore comunque talvolta può essere cieco e disperato. Come nel caso di Cesare Pavese che finisce sette mesi al confino per essersi preso tutte le “colpe” (allora sotto il fascismo erano tali) che spettavano alla ragazza di cui si era follemente innamorato, una certa Tina Pizzardo, matematica e antifascista. Poi al ritorno dal confino lo scrittore scoprirà che la Pizzardo è convolata a nozze con un altro. La delusione sarà profonda e cocente. Eppure alcuni soloni della critica biografica hanno parlato di femminilità per Pavese, facendo intendere che forse era omosessuale. Non ci sarebbe niente di male se fosse vero. Assolutamente no. Nessuno scandalo. Però non vedo perché la critica biografica debba a ogni costo diventare critica psicoanalitica di bassa lega e neanche vedo perché certi critici si debbano improvvisare analisti. A mio avviso invece fraintendono il vero significato delle opere di Pavese e la sua stessa vita. L’analisi critica di questi presunti esperti è viziata da un grosso equivoco di fondo, ovvero dall’errata presunzione che un uomo solo di successo lo è soltanto perché ha paura di confessare a sé stesso la propria omosessualità. Anche valutare criticamente un’opera sulla base del discrimine femminilità/mascolinità lascia il tempo che trova. Bisognerebbe ricordare a proposito di Pavese che era un grande scrittore, un grande intellettuale, ma anche un bravo uomo che soffrì molto per le sue scelte e per amore. Tutto il resto sono balle che vorrebbero essere pruriginose. A riguardo della critica biografica va detto che il pessimismo cosmico di Leopardi non scaturisce unicamente dal fatto che fosse basso e gobbo né dall’avversione per il “natio borgo selvaggio”. È meglio lasciare la psicanalisi agli specialisti di mestiere. 

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