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Sulla poesia e i poeti…

Non ho mai scritto per diventare famoso o assurgere alla gloria postuma. Molto tempo fa scrivevo per cuccare oppure per uno sfogo interiore (e la poesia nasce sempre da uno sfogo dell’animo. Ammettetelo,  confessatelo anche voi cerebrali, distaccati, stoici epigoni della neoavanguardia). D’altronde c’era chi andava in palestra, chi si comprava una Mercedes o mixava canzoni per cuccare. Io scrivevo. Le cose che scrivevo non erano mai puro esercizio intellettuale: sono sempre rimasto ancorato alla realtà. Ma era molto tempo fa. Oggi come scrive Guccini “il cielo dei poeti è sovraffollato”. Oggi ho la vaga impressione che le ragazze siano molto più prosaiche e preferiscano un lavoro sicuro, una bella dichiarazione dei redditi  o alcune addirittura una foto porno dei genitali a dei versi maldestri,  come i miei. Comunque il ragazzo intimista, solitario,  meditabondo non è mai andato di moda. Oggi penso che la poesia sia una necessaria illusione. Io non la scrivo più ma ho bisogno di leggerla. Da una parte penso che un giovanissimo che pubblica un libro di versi a pagamento o se lo autopubblichi è doppiamente felice perché somma all’illusione della sua età quella della poesia. Ma, salvo rarissime eccezioni, è altrettanto vero, come scriveva Andrea Temporelli,  che non bisognerebbe nemmeno far leggere a nessuno le cose che abbiamo scritto al di sotto dei trent’anni. Insomma non tutti sono Rimbaud. Io ho continuato a scrivere per stare bene con me stesso. Era un modo per approdare a una serenità interiore, a un equilibrio interiore. Non mi importava più il consenso né chi leggeva. Ora come ora scribacchio per il web e non so chi raccoglierà, chi recepirà ciò che scrivo. Ho la sensazione talvolta che alcuni miei amici e amiche cari e care non leggano le cose che scrivo (perché troppo impegnati sul lavoro), mentre le leggano degli sconosciuti a cui sto antipatico: è ciò che io chiamo l’eterogenesi del pubblico, ovvero non sai mai chi ti leggerà né cosa penserà dei tuoi pensieri. Insomma il web ha le sue incognite, ma queste sono in genere le incertezze di chiunque scrive perché scrivere significa anche esporsi. Leano Morelli nel 1978 cantava “non bisogna essere poeti” e quando tutti cercavano la gloria il bravo cantautore scriveva che anche se una sua poesia poteva valere  poco, non l’avrebbe gettata nel fuoco perché “non si bruciano i pensieri”. Si può scrivere per cogliere un attimo, eternare un momento o quantomeno tramandarlo ai posteri familiari,  per quel che è possibile: c’è  chi scrive saggiamente per lasciare non una traccia all’umanità ma ai suoi cari. Più vado avanti e più mi sembra che la critica letteraria indaghi a fondo le relazioni tra poetica e poesia, tra musa e poeta, ma non quella tra poesia e poeta. Sono arrivato alla conclusione che si può scrivere una poesia senza essere poeti e che si può essere poeti senza scrivere nemmeno una poesia. Ma per molti è consuetudine pensare che le poesie le scrivono i poeti e che  per essere poeti bisogna scrivere poesie. De Gregori tempo fa tagliava la testa al toro e scriveva “per brevità chiamato artista”. Io penso che di molti facitori di versi si potrebbe dire e scrivere “per bonaria indulgenza e senza entrare nello specifico chiamato poeta”. Adesso che sto bene con me stesso non scrivo più poesie da anni. Ho altri modi per dire che mi sento solo o per raggiungere un equilibrio. Ma l’equilibrio interiore non è mai un approdo definitivo. Di volta in volta si presentano delle contrarietà a turbare l’animo. Ci sono dei cul de sac sentimentali, degli innamoramenti non corrisposti, le incertezze esistenziali e così via. Ma scrivere deve essere un mezzo per migliorare sé stessi o il mondo. La scrittura non  può essere psicoticamente o nevroticamente il fine ultimo. Non bisogna mai comunque scrivere esclusivamente di noi stessi  e per noi stessi. Prima bisogna vivere, quindi filosofare e poi scrivere.  Anche quando uno o una ha raggiunto la memorabilità che cosa avrebbe fatto di sé stesso/a e della sua vita? È meglio non fare naufragio e non passare alla storia che viceversa. Non si può sacrificare sé stessi sull’altare della letteratura. È bene non passare alla storia e non fare la fine di Anne Sexton e di Sylvia Plath. Sarebbe bene che la comunità poetica non mitizzasse troppo il disagio esistenziale o  la depressione senza esorcizzarli né stigmatizzarli. Ci sono poeti e scrittori che non si curano con gli psicofarmaci né vanno da un/una terapeuta per essere più creativi. Primo: sacrificano la loro qualità della vita. Secondo: non è detto che la loro creatività sia degna di essere ricordata. Bisognerebbe ricordarsi a tal riguardo della distinzione di Pavese tra letterati e poeti. Essere letterati è già difficile. Essere poeti è un onore/onere che spetta a pochi, secondo il celebre scrittore. Oppure bisognerebbe rifarsi alla distinzione tra scriventi e scrittori del validissimo Luigi Malerba. Però forse pretendiamo tutti troppo da chi scrive. Forse bisognerebbe giudicare con più umanità e ricordarsi questo dialogo tra un grande poeta e un giudice, che non capirà le sue ragioni: 

Brodskij in “Bagatelle comuniste” riportava…

“Giudice: Qual è la tua professione?

Brodskij: Traduttore e poeta.

Giudice: Chi ti ha riconosciuto come poeta? Chi ti ha arruolato nei ranghi dei poeti?

Brodskij: Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?”. 

E poi non ci sono solo i poeti laureati, come scriveva Montale, che si muovono tra gli acanti. Ci sono anche quelli minori che osservano pozzanghere. Detto alla Bob Dylan insomma “ognuno ha la sua chiamata”. Per quanto riguarda il rapporto tra esistenza e scrittura non è detto che esista una via di uscita, una via di fuga né che possa eseere trovata con la scrittura. 

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