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Due parole soltanto sulla pace e sulla guerra…

Gli antichi detti sulla guerra oggi sono diventati luoghi comuni, ormai abusati. C’è chi dice “se vuoi la pace prepara la guerra” oppure “la pace si ottiene con la guerra” oppure d’altro canto, quelli di parte avversa dicono “se vuoi la pace prepara la giustizia” o, questo motto però è stato coniato recentemente, “se vuoi la pace prepara la pace”. In Italia è in atto una minuscola battaglia ideologica tra putiniani e atlantici, tra interventisti, neutrali e pacifisti. Che poi tutti o quasi aspirano alla pace, ma il vero problema è come ottenerla. Parteggiare faziosamente per una parte o l’altra è una provocazione inaccettabile,  un assurdo gioco infantile. È facile vedere l’orrore della guerra e farsi prendere dall’emotività. Più difficile è ragionare su come ottenere la pace e accordare la mente al cuore, come scriveva anni fa il grande poeta Mario Luzi, perché in questi casi la risposta di pancia così come il freddo raziocinio sono estremamente dannosi. Che poi teoricamente e in via del tutto astratta è vero che chiunque può contribuire alla pace, ma realisticamente parlando la stragrande maggioranza degli italiani non fa niente perché non pensa di poter far niente. Nessuno vuole combattere a fianco degli ucraini. La maggioranza degli italiani è contraria anche all’invio delle armi in Ucraina. È comprensibile. Così come è comprensibile che pochissimi ospitino degli ucraini in casa perché in fin dei conti sono sempre degli estranei e inoltre la maggioranza degli italiani vive in ristrettezze economiche. Non è quindi solo questione di diffidenza, di convenienza, ma anche di disponibilità economica. Ecco allora che alcuni, essendo impossibilitati a fare di più, fanno delle piccole  donazioni via telefono oppure portano viveri e abiti alle associazioni di beneficenza. Io me lo sono chiesto spesso: cosa posso fare concretamente per aiutare gli ucraini? Il mio contributo sarebbe così infinitesimale da essere inessenziale. E poi sarei sicuro di contribuire veramente alla giusta causa? Cosa posso fare io che sono disoccupato e che sono solo una goccia nel mare? Nel frattempo la crisi economica si fa sentire, morde gli italiani, che si sentono anch’essi aggrediti economicamente, lavorativamente e percepiscono il futuro come una grande incognita. Gli italiani, salvo eccezioni, sono solidali al popolo ucraino. Allo stesso tempo però vedono il perdurare della guerra come un ulteriore loro  impoverimento. Forse Draghi è stato troppo sbrigativo a dire la pace oppure il condizionatore. Forse ha semplificato troppo, anche se un uomo nella sua posizione deve essere pragmatico e realista. Poi se entriamo nel dibattito sul fare la guerra, sull’aiutare o meno militarmente gli ucraini, sull’inasprire o meno le sanzioni allora la faccenda si complica enormemente. Dovremmo essere informati, ma come distinguere il grano dal loglio nell’informazione con tutte le fake news che girano? Dovremmo fidarci degli esperti, ma chi sono i più obiettivi, i più saggi? Così quasi tutti finiamo per andare a caccia di opinioni sui social nella nostra bolla. Essere informati è un diritto che in questo villaggio globale diventa quasi un obbligo, per primo motivo  perché anche noi italiani siamo collegati e direttamente interessati alla guerra, per secondo motivo perché molti non devono rimanere a corto di argomenti in questi talk show improvvisati al bar  tra amici o in ufficio con colleghi e superiori. Il rischio per alcuni è quello di fare scena muta, di perdere la faccia, dato che nelle discussioni accese tra ignoranti (nel vero senso della parola, ovvero di coloro che ignorano le cose) bisogna sempre avere la meglio.  Magari alcuni si infervorano, si arrabbiano nelle discussioni tra amici, dimenticandosi che poi alla fine oggi più che mai in questo bombardamento di notizie vige più di ieri il detto socratico “so di non sapere”. Ogni volta che si parla e si scrive della guerra bisognerebbe mettere le mani avanti e ammettere la nostra ignoranza (anche se scusa non richiesta, accusa manifesta). Cosa sappiamo veramente della guerra con tutte le fare news che girano? E cosa non sappiamo della guerra con tutta la censura, i giochi di potere, i calcoli politici, gli equilibri geopolitici che vi stanno dietro? Credete davvero che la realtà della guerra e le sue atroci verità vi verranno date così di primo acchito dai mass media? Allo stesso tempo dobbiamo difenderci strenuamente dal complottismo. Oggi purtroppo buona parte della controinformazione è diventata disinformazione. Mai più di oggi la verità viene mischiata alla falsità oppure una verità seppur parziale viene subito dimenticata perché sostituita con un’altra piccola verità o con una bugia. L’informazione e la disinformazione formano un grande calderone. I potenti approfittano di tutto ciò e la maggioranza  ciurla nel manico. E poi mi viene spontanea una domanda: se approfondissi l’argomento sulla guerra e mi documentassi a chi gioverebbe? Probabilmente non gioverebbe a nessuno. Nel web sono  diventate virali queste battute: “vi preferivo virologi” e “da improvvisati virologi a improvvisati esperti di geopolitica e di strategie militari il passo è breve”.  Non gioverebbe neanche  a me stesso informarmi accuratamente e neppure a chi mi vive intorno. Forse vivrei anche più angosciato. Forse per me sarebbe addirittura deleterio. Preferisco allora un’ignoranza pressoché abissale.  Detto questo ogni giorno o quasi mi limito ad aggiornarmi leggendo qualche articolo di giornale, guardando un telegiornale, ascoltando dieci minuti (non di più) un talk show.  Devo naturalmente ascoltare se e quando questo orrore finirà,  se c’è il rischio di una minaccia nucleare. Ma a onor del vero non c’è solo questo lato umano in me, c’è anche un’esigenza di natura intellettuale o pseudo tale. Chiedo venia ma non ne posso fare a meno: ognuno al giorno d’oggi è chiamato a farsi un’opinione su tutto, anche se poi la propria opinione è presa totalmente a prestito da qualche giornalista autorevole oppure è un riassunto rabberciato di input ricevuti dal mainstream.  Insomma esprimete pure ciò che pensate, ovvero ciò che vi inducono a pensare. Dite pure la vostra, ovvero l’idea che ingenuamente pensate di esservi fatta  ma che in realtà vi hanno cucito addosso. In ogni caso l’autonomia di pensiero è quasi impossibile per il cittadino comune.  In ogni caso non pensate di pensare. Però se interpellati, se chiamati in causa accingetevi a fare finta di pensare. 

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