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Una camminata come le altre…

C’è una guerra in corso in cui non si riesce a sapere quanti sono fino a ora i morti. Non piove in Italia. Il Po è in secca. L’acqua salata nel fiume più grande d’Italia è arrivata fino a Piacenza e gli agricoltori là hanno difficoltà a annaffiare. Se esprimi un’opinione sulla guerra sei un guerrafondaio o un pacifista da divano. Se scherzi sui social ti scrivono che è fuoriluogo perché di questo periodo c’è davvero poco da stare allegri. Bisognerebbe stare perennemente in silenzio, bisognerebbe stare serissimi.  Qualcuno potrebbe dire che ci vorrebbe “silenzio e astuzia”. Ma tutto ciò finirebbe per essere una posa ipocrita e scomposta, un atteggiamento falso. Parafrasando Eliot potrei affermare che il genere umano non può sopportare troppa serietà.  La mente umana vuole distrarsi nell’arco della giornata dalla tragedia della guerra, dal dramma del popolo ucraino. Non si può stare sempre seri e compunti, anche se c’è poco da ridere e anche se sappiamo l’orrore del contesto internazionale.  Nel frattempo c’è chi ti rende edotto, chi ti dice da che parte stare in genere politicamente e poi nella vita. Non puoi nemmeno sceglierti una tua identità o dei nemici. C’è chi vuole importeli dall’alto. Come al solito, come sempre. Cammino. Arrivo al bar. Prendo un caffè.  Mi viene controllato il green pass dalla barista. C’è un gruppetto di avventori seduti al tavolino. Ridono, scherzano.  Una donna mi guarda un attimo, mi guarda il green pass che ho posato sul banco; forse vuole vedere le mie generalità, forse non sapeva darmi un’età,  forse era incuriosita da me, quindi saluta la barista poi prende la sua birra e se ne va mano nella mano con un uomo più anziano. Bevo il caffè.  Sono le 6 del pomeriggio. Non mangerò stasera. Ho mangiato troppo oggi a pranzo. Ho preso anche il digestivo. I miei genitori sono andati a fare un giro in centro. Hanno detto che era quasi deserto. È un problema anche avere un’attività commerciale di questi tempi. È proprio il caso di dire che con questi chiari di luna è difficile sbarcare il lunario, scusate il gioco di parole. Devo ancora leggere un libro di storia. È lì che mi attende sul comodino. Rimando sempre ogni giorno.  L’ho pagato solo 6 euro.  Ogni giorno scrivo qualcosa, anche se pochissimi leggono e ancora meno forse apprezzano. Scrivere per me oltre che una piccola testimonianza è anche un piccolo segno di vita. Scrivo le mie opinioni, le mie impressioni,  i miei piccoli pensieri. Non lasceranno un segno nella storia, nella cultura, ma sono miei e forse un giorno potrò raccoglierli e farli leggere a una donna o a un amico. Dopo la mia morte resterà solo mia sorella minore probabilmente e dei parenti lontani. Mia sorella mi ha detto che quando uno è morto è morto ed è inutile conservarne in alcun modo memoria. Molto probabilmente mi farò anche cremare per togliere definitivamente il disturbo. Ma forse tutto è inutile. È inutile ed è vanità scrivere. Così come è inutile ed è vanità pensare di avere gloria postuma. E poi che me ne faccio della gloria da morto? Trovo che la gloria e il successo ormai sarebbero inutili anche da vivi, ormai. La mia vita è stata insignificante,  io sono insignificante. Ma ricordatevi che solo pochissimi lasceranno una traccia duratura. Io non sono un illuso. Mi accontento di qualche raro istante di felicità. Da giovani si pretende la luna, mille orgasmi, mille ragazze. Arrivati alla maturità ci si accontenta di non stare male, di vivere anche una vita molto noiosa, ma tutto sommato un minimo tollerabile. Certo una mezza idea di farsi una bella ragazza si presenta alle volte, ma l’importante è accettare il grigiore esistenziale e riuscire a scacciare la malinconia. Continuo a camminare. Passo davanti lo studio della mia dentista. Ad aprile devo prendere appuntamento per la pulizia dei denti. Ho usato il colluttorio recentemente. Guardo i palazzi. Mia madre mi ha raccontato di alcune beghe tra condomini in quei palazzi, veri e propri dispetti. Per esempio alcuni condomini non hanno voluto pagare la luce delle scale e un’anziana claudicante è costretta a farle al buio la sera. Attraverso sulle strisce. I vicini sono sulla soglia di casa. C’è la vicina con sua figlia e il suo nipote. Ci salutiamo. Chiedo loro quanti anni ha il cane. Mi rispondono che ha 15 anni e ormai non ci vede più. La figlia non mi aveva mai visto. Mi dice di salutare mia madre. Ci congediamo. Suono il campanello. Mi viene aperto. Il mio lagotto mi accoglie festoso. È una sera come le altre. Il sole sta tramontano là oltre le  pale eoliche. Osservo i colori lividi che intristiscono con delle striature il cielo. Mi chiedo se queste pennellate violacee sono uniche o sono destinate a ripetersi. Non saprò mai se le cose sono destinate o meno all’eterno ritorno. Aspettavo  di nuovo una telefonata di un mio amico, ma è troppo impegnato col lavoro. Eravamo al telefono ma a un certo punto mi ha messo in attesa perché lo stava chiamando un cliente.  Poi ho dovuto interrompere la telefonata perché mio padre voleva il telefono.  Allora ho preso il mio cellulare e sono andato fuori. C’è la guerra, ma ogni tanto bisogna guardare avanti. La speranza è che finisca quanto prima. Penso ai lavori in corso dell’edificio davanti casa. A settembre deve essere pronto. Dovranno fare gli impianti e arredare ad agosto. Sarà intitolato a un poeta locale, di cui ho letto diversi libri. C’è una guerra in corso, ma penso che è primavera,  che il susino dei vicini è in fiore e guardo oltre il muro di cinta i fiori bianchi degli alberi di biancospino nel parcheggio. 

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