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Sull'esperienza, sulla condivisione, sul dolore, sulla morte

Premessa:

Un dolore condiviso è un dolore dimezzato. Una gioia condivisa è una gioia raddoppiata.
(Proverbio)

Si dice comunemente “provare per credere” e non c’è detto più vero. Un dolore può essere espresso, ma coloro che non lo hanno mai provato possono solo cercare di immaginare,  possono solo cercare di immaginarlo con l’empatia e la conoscenza teorica. Se non si è provato qualcosa si crede per sentito dire e talvolta restano in noi dei dubbi e delle perplessità.  Eppure siamo nati per condividere le nostre esperienze, dolorose o piacevoli, senza sapere quale reazione avrà il nostro prossimo. Spesso noi non sappiamo se e cosa gli altri raccoglieranno di ciò che abbiamo seminato. I vecchi e i malati sanno cose che noi non sappiamo perché loro le hanno provate e noi no. Noi possiamo solo cercare di capire. La stessa maturità, anche se priva di acciacchi e malanni, è uno stato d’animo, un’atmosfera, una sommatoria di delusioni e sconfitte, una moria di sogni, una riduzione di possibilità esistenziali che un giovane non può capire. Come vivere in un certo posto e con certe persone non sempre è percepibile e comprensibile da chi ha avuto esperienze diverse. Quando ci innamoriamo la prima cosa da chiedersi è se quella persona può comprenderci, cioè se può capire o meno il nostro vissuto. Nel dialogo con gli altri noi ci scambiamo esperienze,  non facciamo altro che questo. Anche gli insegnanti più teorici oltre a essere nozionistici comunicano la loro esperienza. Certamente il problema di fondo è come definire l’esperienza perché qualsiasi cosa della vita può essere chiamata, definita come tale. Un altro problema non di poco conto è come trasmettere l’esperienza, che va saputa comunicare ma anche recepire. Non sempre tutti sono in grado di comunicare la propria esperienza e talvolta ai più giovani non interessa raccogliere gli insegnamenti dei più maturi o dei più anziani. Ci sono giovani che possono rispondere a tono: “tu non sei più saggio sei solo più vecchio”. Talvolta alcuni pensano di non aver bisogno né degli insegnamenti né degli insegnanti. In una vecchia bottega una volta c’era un cartello affisso: “non accetto consigli. So sbagliare benissimo da me”. Inoltre spesso gli altri possono fingere di essere empatici, mentre in realtà sono totalmente indifferenti e non gliene frega niente. In fondo quante volte abbiamo l’impressione di essere incompresi e che gli altri non capiscano i nostri problemi? Poi anche nelle esperienze della vita c’è sempre qualcosa di incomprensibile e perciò di inesprimibile. Ecco perché a volte rinunciamo a esprimerci o sentiamo di non esserci espressi  adeguatamente. Non tolleriamo le persone che consideriamo sbagliate neanche se ci dicono cose giuste. Tolleriamo invece le parole sbagliate, fuori luogo, dette per rabbia, delle persone che noi consideriamo giuste. L’empatia totale non esiste. Non riusciamo in fondo a capire noi stessi  e a sentirci totalmente.  Alla persona più cara talvolta possiamo dire: “nessuno mi capisce come te” e talvolta veniamo ingannati, talvolta riconosciamo che la nostra stima e fiducia era mal riposta: eppure nonostante tutto cerchiamo altre persone perché siamo sempre in cerca di comprensione. Ci possono essere incomprensioni, blocchi comunicativi, indifferenza, equivoci che si frappongono tra noi e gli altri. Eppure tutte le persone malate o che provano dolore hanno bisogno degli altri, anche della loro semplice presenza. Per rielaborare un lutto abbiamo bisogno degli altri. Per superare un trauma o un dolore abbiamo bisogno degli altri. Per affrontare la morte e prepararci a essa abbiamo bisogno degli altri. Ci sono scrittori e poeti che vogliono esprimere il disagio o il vuoto, vogliono raccontare la loro storia, vogliono descrivere il loro mondo oppure vogliono crearne uno fittizio a immagine e somiglianza. Ci sono parole che sfidano il silenzio, l’assurdo, la morte. Ma forse è tutta vanità e allo stesso tempo è tutto vano, cioè inutile. Forse è meglio chi cerca di fare soldi vendendo i libri e ha solamente quello come unico fine. Ma forse cercare di condividere una parte di noi stessi è un bisogno primario dell’animo umano. Ci sono parole che urgono dentro di noi, che hanno bisogno di uscire, di essere dette e scritte: c’è in ognuno di noi un demone socratico di cui dobbiamo far partecipi gli altri. Allo stesso tempo abbiamo bisogno di leggere e ascoltare parole che ci diano conforto, che ci consolino,  che ci rendano partecipi di altri modi di sentire, che ci diano conferma di quello che già sapevamo, che ci facciano vedere il mondo con occhi nuovi, che trovino un nuovo modo di dire le stesse cose di sempre perché forse la vita  è fatta sempre delle solite cose, trite e ritrite (anche se c’è l’eterno divenire, anche se eternamente si rinnova la vita lo fa con le stesse dinamiche e le stesse leggi da che mondo è mondo). 

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